giovedì, Dicembre 8, 2022

Simone Cristicchi

Un artista vive di creatività. Quel misto di intuito, ragione ed emozione che si fonde in qualche magnifica forma di bellezza. Una bellezza che non è mai la stessa nel corso del tempo. Una bellezza che evolve, si espande e si mescola per dare luce a una moltitudine di sé.

Così Simone Cristicchi esplora anno dopo anno il suo “essere artista”, spinto dalla curiosità, dal desiderio di esplorare e condividere frammenti di bellezza appena scoperti. Condividerli con una platea viva di pensieri, e non semplici osservatori di uno spettacolo.

Chi è Simone? Un fumettista (prima passione artistica), musicista, attore, scrittore? O si sente “semplicemente” un Fabbricante (riferito al titolo del suo album di esordio Fabbricante di canzoni)? 

Direi una moltitudine: tutte queste cose convivono in me. Negli anni ho incontrato varie passioni che ho avuto modo di sviluppare, guidato anche dalla mia innata curiosità. Mi ritengo molto fortunato perché in ognuno di questi ambiti ho avuto l’opportunità di misurarmi con diverse modalità espressive: il mio spirito di curiosità mi ha dato modo di ricercare e ampliare sempre più il mio sapere e le mie capacità come performer. 

Simone Cristicchi, ph. Giorgio Amendola

Le forme moderne di comunicazione tendono a creare distanza tra le persone. Il teatro e la danza invece implicano una presenza fisica di performer e spettatore: possono aiutarci a ritrovare il sentiero del contatto umano? 

Io concepisco l’arte come qualcosa di curativo, esattamente come nacque il teatro nella Grecia antica che serviva allo scopo della catarsi e della purificazione: credo che un certo tipo di arte possa risvegliare le coscienze, instillare riflessioni sia in chi ne fruisce sia in chi la crea. Si tratta di una materia che è allo stesso tempo delicata e molto potente; l’artista deve comprendere il presente e, attraverso le sue abilità intuitive, carpire dalla realtà in cui vive dei frammenti di bellezza che verranno poi restituiti alla propria audience, attraverso le più svariate modalità espressive. L’autore quindi è sì un intrattenitore, ma deve anche ritrovare il suo ruolo “sciamanico” nella società. 

Infatti nelle sue canzoni lei spesso affronta temi sociali e politici che toccano i bisogni e i disagi delle persone; pare che per lei sia quasi una sorta di missione.

Sì, io prendo molto sul serio la responsabilità di avere un microfono. C’è sempre una grande ricerca e preparazione durante la progettazione di uno spettacolo; quando si sale su un palco bisogna stimolare gli spettatori, anche con riflessioni che possono portarsi a casa e che perdurano ben oltre la fine dello spettacolo stesso. L’obiettivo non è quello di voler insegnare a qualcuno quello che ho compreso della vita, piuttosto è di condividere, al fine di far sentire tutti parte di qualcosa di più grande, che va oltre il nostro ego. 

Parliamo dell’avventura che la tiene impegnato in questo periodo: il Festival di Anagni che si aprirà il 20 Agosto proprio con una sua performance. Ci racconti come ha deciso di occuparsi di questo nobile compito. 

Devo ringraziare il direttore artistico Giacomo Zito per avermi affidato questo onore e sono ben felice di portare la mia presenza all’apertura di questo Festival. È un’occasione speciale, permette di farmi conoscere anche da chi non mi ha mai visto nelle vesti di attore. Lo vivo come il coronamento del mio percorso teatrale; un percorso che è stato molto duro e arduo, soprattutto all’inizio. Ora però mi sento pronto a mostrare alla platea di Anagni il frutto di questi dodici anni di esperienza e i risultati raggiunti. 

Il suo spettacolo, che viene definito “dantesco”, racconta un percorso verso il paradiso, verso l’illuminazione, che non è quello del singolo ma quello della società umana, e lo fa toccando temi delicati e “caldi”. Cosa ci può anticipare? 

Lo Spettacolo è interamente dedicato al Paradiso di Dante, ma è in realtà un viaggio interiore: sul palco io interpreto me stesso e non un personaggio — cosa che crea un forte impatto emotivo con il pubblico — concedendo allo spettatore di entrare nel mio mondo, nella mia interiorità e nelle mie fragilità. Durante la rappresentazione mi interrogo sul tema della felicità, attraverso l’immagine del paradiso e della ricerca dell’Eden perduto. Questo è uno dei miti più antichi della storia dell’umanità, la ricerca di qualcosa di eterno e che non venga scalfito dal tempo. Mi interrogo sull’anima e su cosa ci sia oltre alla vita, arrivando, affiancato da Dante — l’unico poeta che è riuscito in qualche modo a descrivere la forma di Dio —, ad incontrare La Luce. Si tratta quindi di un viaggio interiore che però riguarda il collettivo, riguarda tutti noi. Perché in realtà le grandi domande sulla vita chiamano in causa l’intera umanità, soprattutto in un momento storico come quello in cui ci troviamo.

Other Articles