Alla collezione Peggy Guggenheim di Venezia, una mostra svela l’anima ceramica del maestro dello Spazialismo.
Quando si pensa a Lucio Fontana (1899 – 1968), il pensiero corre immediatamente ai suoi celebri tagli, quelle tele monocrome squarciate con un gesto netto, diventate icone dell’arte del Novecento. Ma Fontana non è stato solo l’inventore dello Spazialismo o l’uomo che ha “bucato” la pittura per aprirla al vuoto. C’è un altro lato, meno noto ma altrettanto affascinante, della sua ricerca: la ceramica.
Proprio a questa parte del suo lavoro è dedicata la mostra Mani-Fattura: le ceramiche di Lucio Fontana. Un titolo eloquente, che gioca sul doppio senso della parola “manifattura”: da un lato la produzione materiale e artigianale, dall’altro l’impronta della mano, del gesto, della presenza fisica dell’artista sulla materia.

In corso fino al 2 Marzo 2026 alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, la mostra raccoglie una settantina di opere in ceramica realizzate dall’artista tra gli anni Venti — quando ancora viveva in Argentina — e gli anni Cinquanta. Ne emerge un Fontana inedito, un artista che modellava con le mani, che affondava le dita nella materia, che plasmava la creta con una forza arcaica e, allo stesso tempo, profondamente moderna. Il percorso espositivo restituisce al visitatore l’irregolarità della sua ricerca, i tentativi, le svolte e le deviazioni. A colpire non è soltanto la varietà dei soggetti — sacri, quotidiani, allegorici — ma soprattutto l’approccio con cui l’artista li affronta. Lontano da ogni compiacimento estetico, Fontana plasma la ceramica come fosse carne viva: una materia da domare, da spingere al limite, non da abbellire.

Una delle opere che più colpiscono in questa direzione è Battaglia (1947), una scultura in terracotta smaltata, dipinta e lustrata in cui ogni rilievo sembra sul punto di esplodere. Non ci sono figure riconoscibili, eppure lo scontro è palpabile; le forme si urtano, si piegano, si contrastano. È una scena senza protagonisti, dove la guerra è quella della materia con se stessa. Fontana modella il caos, e lo fa con una vitalità che rende la ceramica qualcosa di più di un supporto: un campo di tensioni, di forze trattenute.
Un altro momento di sospensione e di intimità si trova di fronte a Ritratto di Esa (1953), busto in terracotta invetriata dedicato alla moglie dell’artista. Qui l’energia si fa trattenuta: la forma è solida ma non rigida, lo sguardo accennato più che scolpito, come se la figura affiorasse lentamente dalla materia. La superficie, irregolare e vibrante, sembra raccontare non solo un volto, ma un legame, un affetto. In questo ritratto, Fontana non cerca la somiglianza, ma l’impronta emotiva. La ceramica, ancora una volta, non è strumento di fedeltà ma di evocazione, e la figura prende forma attraverso un processo che è più poetico che descrittivo.

Nel percorso espositivo, ciò che colpisce è la coerenza profonda — anche nei paesaggi più eccentrici, con cui Fontana affronta il rapporto tra forma e vuoto, tra superficie e volume. È lo stesso nodo che attraverserà i suoi celebri Concetti spaziali, ma qui emerge una versione più tattile, quasi meditativa. La ceramica, nella sua apparente umiltà, diventa allora il luogo di una ricerca incessante fatta di scarti, prove e ritorni.
L’interesse di Lucio Fontana per l’argilla affonda le sue radici nella sua formazione. Nato in Argentina, figlio di uno scultore e decoratore, si confronta sin da giovane con la tridimensionalità. E quando, negli anni ’40, frequenta le botteghe di Albisola, la ceramica diventa per lui non solo materia da modellare, ma territorio di scambio tra arte, artigianato e industria. In questo senso, il titolo della mostra — Mani-Fattura — è una dichiarazione di intenti: la mano come strumento pensante, il fare come processo artistico.

Nel rimettere al centro questo “fare”, la mostra veneziana ci restituisce un artista, Lucio Fontana, che ha saputo abitare il confine tra arte alta e arte applicata, tra oggetto e concetto, tra gesto e costruzione, e che ha fatto della materia un luogo di pensiero.
Ad accompagnare l’esposizione vi è un catalogo illustrato, edito da Marsilio Arte, che raccoglie saggi critici di Sharon Hecker, Raffaele Bedarida, Luca Bochicchio, Elena Dellapiana, Aja Martin, Paolo Scrivano e Yasuko Tsuchikane, dedicati all’esplorazione della pratica ceramica di Fontana e dei suoi molteplici contesti storici, sociali e culturali.
Lucio Fontana
Mani-Fattura: le ceramiche
Venezia, Collezione Peggy Guggenheim
11 Ottobre 2025 – 2 Marzo 2026
Orari: tutti i giorni 10-18, chiuso il martedì
Biglietti: intero € 16, riduzioni disponibili
