giovedì, Settembre 29, 2022

Ozark

La sostenibile pesantezza del malessere

Nel mare magnum delle serie televisive odierne, una perla sconosciuta alla massa è pronta a chiudere i battenti, senza grosse cerimonie a tributarne le gesta passate. Quando si dice che i prodotti di qualità targati Netflix stanno a un rapporto di 1 a 10 su tutto il bagaglio offerto, questo è uno di quei casi. Parlo di Ozark.

La serie ha la straordinaria unicità di essere una velata metafora di come, per esempio, i media rappresentano la politica internazionale dei propri paesi: il tuo punto di vista, a prescindere da ciò che fai, è quello del Buono. Anche se il Cattivo ogni tanto lo sei pure tu.

Come lo è stato l’ultimo Joker interpretato da Joaquin Phoenix: davvero Bruce Wayne è il buono e il Joker è il cattivo? Guardiamolo dal punto di vista del celebre pagliaccio serial killer e poi giudichiamo.

In Ozark questo viene parafrasato attraverso la corruzione del sogno americano di una normale famiglia proveniente dalla Windy City dell’Illinois. Chicago.

Il vento della metropoli, per l’appunto, spinge i Byrde nella piccola e turistica Ozark, a riciclare denaro sporco per un cartello messicano. Chi ha portato a soffiarlo? L’attività finanziaria che Martin, il padre di famiglia, ha usato come copertura per il narcotraffico.

Progressivamente, da quando inizia il riciclaggio attraverso l’acquisizione delle più disparate attività commerciali nella cornice del lago di Ozark, i tratti del protagonista assumono sempre più i connotati dell’antagonista.

“Behind Blue Eyes” cantavano i Who, il cui testo prendeva le parti del Cattivo e dei suoi sentimenti trascurati: “Nessuno sa cosa vuol dire essere il cattivo”. Anche qui non vi è scelta, ma neanche una presa di coscienza. Questo perché progressivamente i Byrde, a prendere le parti dei villain, ci prendono proprio gusto. Prima il padre, poi la madre, e infine i loro primi veri avversari: la loro prole. O meglio, solo Charlotte, perché la genuinità di Jonah è impermeabile alle sferzate del male, anche se queste arrivano dai propri genitori. Ma non si parla di un male innocente: l’errore insito in ognuno di noi o il brutto carattere per natura. Si parla di una malvagità feroce, ingannatrice e subdola, di chi non ha rimorsi e non si interroga perché si è già dato le risposte. E del tutto sbagliate. Risulta quindi una banale seccatura fare fuori l’agente dell’FBI che indaga per frode, il corpo da occultare come fosse immondizia, o il familiare scomodo da uccidere.

Il denaro inebria le menti, ma dà potere. E il potere piace a tutti.

Chi rimarrà integro, nonostante le lusinghe dei “verdoni”, e vestirà il ruolo del vero protagonista puro e candido, è Ruth. Una ragazzina bruttina e sghemba, ma con un’astuzia sopra alla media. L’unica con cui il pubblico empatizza davvero. L’unica socia di Martin a non volersi macchiare la coscienza in modo indelebile. L’unica che non si scorda della propria umanità. Partecipa alle trattative illegali, ma senza aggiungere quel pizzico di malizia e sadismo tipico della famiglia di Chicago. Lo fa perché ha conosciuto davvero la povertà e vuole riscattare lei e i suoi legami di sangue, e basta. Ma lei è l’ultima ruota del carro.

E allora il dubbio amletico rimbalza di stagione in stagione: ma se noi avessimo il potere, come saremmo? Come sarebbe Ruth? Davvero ci si abitua al male tanto da non saperlo più riconoscere? Che cosa è giusto e cosa no?

Di sicuro prendere in mano Ozark lo è. Perdersi questo epilogo della serie invece no.

A Luglio  nella rubrica FILMOLOGY vedremo “Maestri della settima arte”. Alla prossima!

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