lunedì, Settembre 14, 2026

Nicola Fabris

Architetto_ Titolare dello studio Nicola Fabris Architetti

«La verticalità non è un gesto formale, ma un modo per liberare suolo e restituirlo alla città».

Nicola, sei nell’architettura da oltre vent’anni. Il mestiere è cambiato, le città sono cambiate, le aspettative delle persone sono cambiate. Nel progettare cosa non hai mai cambiato, nemmeno quando il mercato ti chiedeva di farlo? E cosa hai aggiunto di tuo al modo contemporaneo di costruire?

Ciò che non ho mai cambiato è l’idea che l’architettura debba prima di tutto costruire relazioni, non oggetti. Anche nei momenti in cui il mercato spingeva verso soluzioni più veloci o più iconiche, ho sempre cercato di mantenere un legame profondo con il contesto, con le persone e con il tempo lungo dei luoghi.

Quello che credo di aver aggiunto è una maggiore attenzione alla dimensione sensibile del progetto: non solo come si vede un edificio, ma come si attraversa, come suona, come invecchia. Un’architettura meno gridata e più vissuta.

Il “bello” oscilla tra visione e concretezza: come si crea qualcosa di memorabile, ma che allo stesso tempo sia in sintonia con la città, nelle sue esigenze e nelle sue possibilità? 

Credo che il “bello” nasca proprio da questa tensione. Non è mai solo visione né solo risposta tecnica: è la capacità di tenere insieme entrambe le dimensioni senza che una prevalga sull’altra.

Un progetto diventa memorabile quando riesce a interpretare la città, non a sovrastarla. Significa ascoltarne le fragilità, le abitudini, le possibilità reali — economiche, sociali, culturali — e trasformarle in forma. La memoria, alla fine, non la costruisce l’eccezionalità, ma la precisione con cui un’architettura entra nella vita quotidiana.

Penso a progetti come Zairo Urban Forest a Padova, o Wave Towers a Jesolo: nella loro ricerca di verticalità, di “verde” e di una identità “contemporanea” subito riconoscibile. Dietro questa estetica così forte, qual è il messaggio che vuoi lasciare?

Progetti come Zairo Urban Forest o Wave Towers nascono da un’esigenza precisa: ricostruire un rapporto tra densità e qualità della vita.

La verticalità non è un gesto formale, ma un modo per liberare suolo e restituirlo alla città. Il verde non è decorazione, ma un’infrastruttura abitativa. Il messaggio, se c’è, è che anche nei contesti più costruiti si può ancora introdurre complessità, respiro, e una nuova idea di abitare.

C’è un progetto che hai già in testa, magari su carta, ma che ancora non ha trovato il contesto giusto per nascere? Cosa aspetta quel progetto? 

Sì, ci sono sempre progetti che restano in sospeso. Più che non trovare un contesto, direi che aspettano quello giusto.

Non credo molto nelle idee da adattare a forza: alcuni progetti hanno bisogno di una città, di un momento, di un interlocutore preciso. Finché queste condizioni non si allineano, è giusto che restino su carta. In fondo, anche l’attesa fa parte del progetto.

Vivere i tuoi spazi personali cambia il modo in cui progetti quelli degli altri? O tieni le due cose separate?

È difficile tenerle separate, e forse non ha nemmeno senso farlo.

Vivere uno spazio significa misurarne ogni giorno i limiti e le qualità: la luce che cambia, i suoni, i percorsi, le piccole frizioni. Tutto questo entra inevitabilmente nel progetto. Non in modo diretto o autobiografico, ma come consapevolezza. I miei spazi personali sono una sorta di laboratorio silenzioso.

A casa tua sei l’unico giudice. Cosa c’è in quello spazio che ancora ti sorprende?

Mi sorprende la capacità dello spazio di cambiare senza che io lo modifichi davvero.

La luce, soprattutto: ci sono momenti della giornata in cui la casa sembra diversa, quasi estranea, e mi costringe a rileggerla.

C’è qualcosa in casa che esce dai tuoi “schemi”, ma che non cambieresti mai?

Sì, c’è qualcosa che esce completamente dai miei schemi: una certa “imperfezione” che ho lasciato entrare — oggetti, stratificazioni, piccole incoerenze. Da architetto le avrei corrette, da abitante sono quelle che tengono vivo lo spazio.

Chiudiamo con una domanda simbolo: quando puoi dire di aver avuto successo? E cosa succede un minuto dopo aver raggiunto quella consapevolezza?

Per me il successo non coincide con il riconoscimento, ma con la durata.

Quando un’architettura continua a funzionare nel tempo, quando viene abitata, trasformata, accettata, allora sì, forse ha senso parlare di successo.

Un minuto dopo non succede nulla di speciale: si torna a lavorare. Il progetto dopo è sempre quello più difficile.

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