C’è un momento preciso nella vita, in cui la biologia smette di farti da scudo e la partita vera comincia, ovvero quella in cui si decide se vuoi semplicemente rimanere un maschio oppure sei pronto a diventare un uomo.
Non è una questione anagrafica ma una distinzione molto più sottile, soprattutto di natura psicologica. Esistono due tipologie di persone “irresistibili” là fuori ed entrambe affollano i locali, i social, gli uffici e i tavoli dei ristoranti. Praticano però due sport completamente diversi.
La specie A – Il fascino di superficie, cioè il Maschio che deve risultare irresistibile “per contratto”.
Attenzione: non c’è nulla di male nell’essere un Maschio irresistibile, è un ottimo punto di partenza biologico. Il problema nasce quando si comprende che è anche l’unico punto d’arrivo.
Il maschio irresistibile lo riconosci subito. Cura l’aspetto maniacalmente ed ha un’energia magnetica, abbastanza studiata. Raramente cura le proprie idee con la stessa costanza con cui allena i bicipiti o sceglie l’orologio, perché l’idea richiede fatica, richiede il rischio di avere torto e il maschio, invece, vuole avere ragione senza esporsi mai. Vive in costante competizione con l’altro sesso, considerando certe dinamiche relazionali al pari di una sfida di potere, dove in gioco, c’è il titolo di “prima donna” nella coppia. Questo tipo di umano esercita un’attrazione fatale su un pubblico specifico: le femmine complicate (la scelta del termine, credetemi, è deliberatamente chirurgica). Parliamo di quella controparte speculare al maschio dedicata parimenti ad altrettanta appariscenza, al presenzialismo, alla validazione esterna. L’incontro tra i due è la tempesta perfetta, un contratto firmato davanti allo specchio della vanità che può funzionare pure bene nel breve/medio termine.
La specie B – il fascino della concretezza, l’Uomo irresistibile “per nascita e formazione”.
Qui cambia lo spartito, la musica si fa più lenta e più ancestrale. L’Uomo irresistibile non ha bisogno di occupare tutto lo spazio della stanza, quando entra. Non urla quasi mai, non esibisce il cartellino con indicato il prezzo della sua vita. Anche lui è competitivo ma la sua competizione non è rivolta verso l’esterno, e tantomeno verso le donne. L’unica sfida che cerca è quella con la propria esistenza: comprendere e magari superare i propri limiti, affrontare i suoi fallimenti, ragionare su quelli che può ancora correggere, e infine dedicarsi a progetti nuovi e concreti da realizzare.
Mentre il Maschio colleziona sguardi, l’Uomo seleziona battaglie. Fedele al culto della parola data, alla capacità di restare fermo durante la tempesta, alla profondità di un pensiero che non sempre ritiene sia utile condividere pubblicamente al pari di uno slogan commerciale.
Questo tipo di uomo non cerca una donna spettatrice ma una complice. Per questo è attratto da donne intelligenti e complesse (non complicate), dotate di quella femminilità profonda che non ha bisogno di fare chiasso per farsi notare. È l’attrazione tra due mondi che immediatamente si riconoscono, non dalla superficie ma dalle preziose risorse che contengono nel proprio “sottosuolo”.
C’è un filo di karma ed ironia in tutto questo. Spesso il Maschio considera l’Uomo come un soggetto noioso, superato, persino prevedibile, però quando la vita picchia duro (e prima o poi picchia sempre), le scenografie del primo crollano come castelli di carte, lasciando solo il vuoto di un’estetica senza contenuto. Questo perché essere un maschio non richiede investimenti e regala ritorni immediati. Diventare un uomo, invece, è un lavoro artigianale, fatto di pazienza, di silenzi, di spigoli smussati e di ammissioni di colpa. Le domande terapeutiche sarebbero molte e con risposte nemiche della fretta: Tu a quale tipologia credi di appartenere? Guardati (e non allo specchio del bagno) come reagisci a un no secco. Cosa cerchi negli occhi di chi ti sta di fronte? Sei quello che vuole vincere la partita, o sei quello che vorrebbe costruire il nuovo Stadio (…della vita)?
Stefano Cannas
