giovedì, Dicembre 8, 2022

Manuela Levorato

Nata a Dolo, ex velocista italiana pluripremiata ai Campionati Europei e ai Giochi del Mediterraneo, attuale detentrice del record nazionale sui 100 metri piani; una carriera sportiva costellata di medaglie e record. Apprezzata per la sua disponibilità e il suo carattere gioviale, è considerata una delle atlete italiane più importanti di sempre. Oggi è mamma, dirigente sportiva e anche scrittrice.

Manuela, a ragion veduta sei stata definita l’italiana più veloce di sempre. Che rapporto hai con questa definizione?

Con la definizione “donna più veloce di sempre” ci sono praticamente cresciuta. Ventuno anni sono davvero tantissimi, sbalordisce anche me, non avrei mai immaginato che questo “titolo” potesse resistere a quasi tre generazioni di velociste, nonostante i materiali nuovi e più veloci, piste che spingono le prestazioni, scarpette chiodate molto più performanti di quando correvo io. 

Questa definizione è legata alla bambina che ero, quella che custodiva un segreto e non aveva il coraggio di dirlo a nessuno. Era un azzardo affermare di voler essere la donna più veloce d’Italia, ma io sentivo queste gambe che giravano vorticosamente fin dalle elementari e il desiderio di dirlo al mondo c’era. Ancora adesso a distanza di anni trovo davvero incredibile di esserci riuscita.

Di fatto, nonostante siano passati 21 anni, il record italiano sui 100 metri è ancora tuo: profuma di leggenda. Nonostante infortuni e delusioni che hanno spesso interrotto il tuo percorso, non hai mai perso il sorriso e l’eleganza. Li consideri sfortuna o parte della storia?

La mia carriera è stata lunga. I 21 anni trascorsi nel professionismo sono stati di alti alti e bassi bassi. Però ho sempre capito che questa alternanza faceva parte del gioco; non mi sono mai sentita sfortunata, anzi anche quando mi sono fatta male alle Olimpiadi di Sydney (già ero nel villaggio olimpico quando è successo), ho sempre trovato la motivazione per riprendermi con ancora più voglia di fare. L’amore che provavo per la corsa è stato più grande di ogni cosa. 

Fare l’atleta professionista è un grandissimo privilegio. Perciò quando spesso sento atleti che si rattristano, che si piangono un po’ addosso, credo dovrebbero pensare alla fortuna di essere nati con un talento; alla fortuna di poterlo coltivare e di avere ogni giorno le persone giuste che li attendono in una palestra o in una pista di atletica, per affiancarli e costruire insieme i loro sogni. 

Il privilegio dell’atleta è anche nella possibilità di viaggiare in tutto il mondo, di essere pagati per una cosa che piace fare. 

Tutte considerazioni che a me sono bastate per sopperire alle grandi fatiche fisiche e mentali che comporta questo mestiere.

Ora sei vicepresidente della FIDAL Veneto, immagino sia un ruolo impegnativo ma anche fonte di orgoglio (ereditato peraltro da un altro enorme personaggio dell’atletica italiana, Sara Simeoni).

Un anno e mezzo fa abbiamo vinto le elezioni in regione. Mi sono lanciata in quest’avventura che per me è completamente nuova: un conto è fare l’atleta, un conto porsi al servizio del nostro sistema sportivo. Più vado avanti e più devo dire che mi piace, imparo tantissimo ogni giorno. 

È un punto di vista nuovo perché ora io sto dall’altra parte, capisco meglio i tanti aspetti che stanno dietro una manifestazione, apprezzo in modo diverso cose come i regolamenti e il gruppo dei giudici; un insieme di aspetti che quando ero un’atleta magari davo per scontato ci fossero.

Ho avuto questa eredità straordinaria da Sara Simeoni, è lei che mi ha passato il testimone — in questo caso ci sta veramente bene questa metafora!

Lei mi ha incoraggiato tantissimo, ha tifato per me e mi ha dato preziosi consigli. Sara rappresenta quanto di più bello questo sport possa offrire. Non è mai stata polemica, ha vissuto sempre con grande gioia la sua attività. Perciò sì, anche per questo mi sento fortunata. 

Poter ridare qualcosina dopo aver attinto così tanto dal mio ambiente mi gratifica; così come mi gratifica andare nelle scuole, parlare di atletica, incentivare lo sport a 360 gradi e insegnare un certo stile di vita. I nostri ragazzi hanno bisogno di sentirselo dire.

Possiamo affermare che la rinuncia alle Olimpiadi di Pechino sia stata la miglior “rinuncia” della tua vita?

A Pechino 2008 non sono andata perché appunto ho avuto la mia Giulia, che oggi ha 14 anni. Assolutamente non ho mai pensato che sia stato un sacrificio, la mia primogenita è meravigliosa. Non è stato un anno in cui ho perso un’occasione, piuttosto ho vissuto un anno di rigenerazione. 

Per lungo tempo avevo messo il mio corpo a dura prova, e con lei piccola sono potuta ripartire in modo nuovo. Fisicamente sì è stato faticoso, mentalmente però ero carica più che mai.

Ho tenuto Giulia sempre vicino a me, l’ho portata in palestra, a bordo pista. Ho ricordi bellissimi di lei nella buca di sabbia mentre io facevo i balzi.  È stata la mia piccola compagna di allenamento per un bel periodo e crescendo ha anche avuto modo di vedere le mie ultime gare.

Intorno ai 33 anni mi sono pian piano ripresa la nazionale, la titolarità e il titolo italiano. È stata una vera prova di carattere.

Com’è la tua giornata tipo da mamma?

La mia giornata tipo è intensa essendo una mamma di tre bambini, ma scorre bene perché con il tempo ho imparato a non esagerare con i sovraccarichi di impegni.  

Quando sono arrivati i due gemelli avevo 38 anni e smesso da uno la mia carriera. È stato un periodo davvero molto stressante, ma con l’esperienza ho imparato a prendere del tempo anche per me. È un aspetto fondamentale.

Ciò che non faccio mai mancare ai miei ragazzi è l’attività fisica. A casa nostra si “mastica” parecchio sport e questo rende la giornata tipo ancora più densa. Ma devo dire che la vita di atleta mi ha insegnato l’organizzazione e la disciplina. Con lo sport ho imparato a sapermi gestire. 

Anche tu quindi condividi l’importanza dello sport in età scolare, soprattutto come scuola di vita (quella vera, non quella che si vive attraverso gli schermi), fonte di esperienze incredibili e amicizie indissolubili. Si fa abbastanza per i nostri ragazzi in Italia? 

Secondo me no, non si fa abbastanza per i nostri ragazzi. Se per esempio guardiamo la Francia, nelle loro scuole la programmazione prevede fino a sei ore di attività fisica. In Italia i ragazzi fanno due ore di educazione motoria spesso ridotta a un’ora e mezza o anche meno perché i ragazzi devono raggiungere un luogo adeguatamente attrezzato per farla.

In Europa ci sono impianti sportivi che noi ci sogniamo. Abbiamo solo due palazzetti indoor in tutta Italia (per fortuna uno di questi è proprio a Padova). 

È davvero troppo poco. 

Poi c’è un altro aspetto che mi prendo a cuore e di cui spesso parliamo in federazione: che lo sport è un lusso non a portata di tutti. 

Un bambino per farlo deve avere un genitore che si trasforma in autista e la possibilità di pagare una retta. Lo sport non può essere discriminante, deve essere a portata di tutti. Credo purtroppo che l’Italia sia ben lontana dal dare ai suoi piccoli cittadini la possibilità di fare attività sportiva, di imparare la disciplina, lo stile di vita, il mangiar sano. 

Questi sono investimenti importantissimi che lo sport può dare ai ragazzi del futuro, e che può far risparmiare sui costi in altri ambiti (per esempio quello del Sistema Sanitario Nazionale).

Come se non fossi già abbastanza impegnata, hai anche scritto un libro! Insieme a Silvia Miazzo e Lino Perini hai ripercorso l’intreccio degli eventi personali e sportivi della tua vita: come ti è venuta questa idea?

Va detto che il libro non esisterebbe se non fosse stato per la mia carissima amica e mental coach Silvia Miazzo. Lei mi ha spronato a finirlo, ad andare avanti passo dopo passo. 

La sua vicinanza è stata indispensabile perché scrivere un libro è molto faticoso. Esprimere sentimenti e idee, metterle giù con senso compiuto e nel giusto ordine è davvero un gran lavoro. Abbiamo fatto nottate, passato giornate intere a scavare nel passato e negli archivi; chiamato persone e fatto interviste… Insomma il lavoro è stato consistente, se non fosse stato per la passione, la tenacia incredibile che ci ha messo Silvia, non ci sarebbe stato nessun libro. Lei ci ha creduto tantissimo fin dall’inizio. E sono grata anche a Grafica Veneta per la collaborazione in questo progetto.

Da cosa è nata l’idea? In primis per lasciare una testimonianza ai miei figli, ma anche perché avevo il desiderio di raccontare la storia e l’evoluzione di “questa” bambina nata con seri problemi di salute, a cui addirittura avevano sconsigliato di fare sport. Penso possa dare veramente molta speranza, far capire che lo sport si può iniziare a qualsiasi età, che la passione e il lavoro fanno miracoli (io ho iniziato a 17 anni, per l’atletica leggera un’età molto molto tardiva). 

Il libro ha anche un capitolo che si chiama La mente vincente: affronta l’aspetto mentale dell’atleta, spiega bene le sensazioni e le paure che prova. Secondo me non solo gli sportivi ma in tanti possono ritrovarsi in quelle emozioni.

Quali sono le tue passioni fuori dalla pista? 

La prima cosa che mi viene in mente al di là dell’ambiente sportivo è la lettura. Va dal quotidiano (parto dalla Gazzetta dello Sport che non mi faccio mai mancare) ai libri di letteratura; ho sempre avuto questa passione e in valigia non è mai mancato un libro. Questa abitudine mi ha permesso di tenere sgombra la mente, di rilassarmi e pensare ad altro quando ne avevo più bisogno.

Ho una passione enorme per la moda. La nostra Padova in questo mi dà un grosso aiuto perché ha tanti bei negozi. 

Poi mi piace tantissimo prendere la bici e fare un giro in centro storico. Mi rilassa come poche altre cose sanno fare.

Infine c’è il giardinaggio. Ho ereditato questa passione da mamma. Ricordo che fin da piccola nel giardino piantavo tulipani, rose, tuberi di vario genere. È una cosa che mi è sempre piaciuto tanto coltivare. 

Hai ancora qualche sogno nel cassetto da realizzare?

I sogni per fortuna ci sono ancora, anche se devo dire che mi sento molto gratificata da quello che ho oggi e da quello che ho ottenuto nella vita. Al di là dei tempi, delle medaglie conseguite, volevo a fine carriera avere una famiglia numerosa e così è stato. Mi sarebbe piaciuto tantissimo il quarto figlio, comunque ne ho tre, direi che va bene così. Mi godo tanto il tempo con loro, e stando al loro fianco rivivo gli anni della mia giovinezza. 

Sogni nel cassetto… si collega con quello che ho detto prima, avere la possibilità di fare qualcosa di concreto per lo sport nelle scuole. Vorrei vedere più ragazzi che vanno nelle piste di atletica, più ragazzi che fanno movimento e attività fisica di ogni genere. Vorrei invece vederne sempre meno attaccati al cellulare o al computer. Devo dire che questa cosa mi gratificherebbe molto perché come io ho avuto una chance, sarebbe giusto che potessero averla anche i ragazzi di oggi.

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