giovedì, Luglio 18, 2024

Mangiare per procura: Mukbang Watching

Il Mukbang Watching è un fenomeno emerso nel corso dell’ultimo decennio in Corea, dove si condividono in rete esperienze relative ad abbuffate di cibo durante una diretta streaming. Il protagonista (Mukbanger) ingurgita in poco tempo un’enorme quantità di cibo (spesso cibo spazzatura) mentre interagisce con il proprio pubblico, ostentando piacere e orgoglio.

Per sapere che significato può avere un’esperienza di questo tipo forse dovremmo prima chiederci chi sono gli spettatori: che significato ha per loro?

Da un punto di vista storico il fenomeno nasce in Corea intorno al 2010, come pratica di rottura dagli schemi culturali rappresentati dalla salute e dall’etichetta rigida. Alcuni ricercatori hanno ipotizzato che il significato sotteso a tale fenomeno, sia l’espressione del bisogno di compensare esigenze personali come “mangiare in compagnia di qualcuno”, come tentativo di contrapporsi all’isolamento relazionale radicato in questo paese a prescindere dalla condizione Covid. 
Emerge da diverse ricerche internazionali, come nell’ultimo ventennio le persone (trasversalmente alla cultura di appartenenza) cerchino gratificazione ai propri bisogni individuali attraverso la rete virtuale. È un tentativo di appartenere a un contesto accogliente che restituisca loro un senso di autoefficacia (ormai fortemente minato da un calo di autostima in essere legato al confronto reale con le persone). Questa modalità di relazione, nel medio-lungo termine, non farà altro che aumentare la forbice tra reale e virtuale, enfatizzando a mio parere le fragilità personali, il senso di isolamento e di inabilità alla vita.

Rispetto al fenomeno del Mukbang Watching, il primo possibile significato che alcuni ricercatori hanno rilevato è il tentativo di contrastare l’isolamento sociale e la sensazione di solitudine: fenomeni trasversali e presenti in tutte le società.

Secondariamente, un tentativo di illudersi di “cenare con qualcuno”, quindi la costruzione di una realtà desiderata ma evidentemente non realizzata nel concreto.

Terzo significato possibile, incontrare qualcuno che “mangi per procura”: qualcuno mangia al posto nostro dandoci la sensazione di soddisfazione come se avessimo mangiato realmente. Gli spettatori che stanno seguendo un regime alimentare controllato, hanno bisogno di guardare i Mukbang per avere l’esperienza di mangiare per procura ed evitare così di abbuffarsi davvero. Hanno inoltre la possibilità di nutrire la “fantasia alimentare” di mangiare ciò che desiderano senza avere conseguenze.
 
A cosa ci porta partecipare ad esperienze di Mukbang?
Potremmo aprire più scenari possibili. Da un lato persone che si possono sentire alleviate perché meno sole, dall’altro un’esposizione poco consapevole a modelli di alimentazione patologica, incrementando il possibile sviluppo di disordini alimentari. Un grande tranello in cui spesso cadono gli spettatori per emulazione è infatti la convinzione distorta che si possa mangiare senza limiti senza avere conseguenze sull’aumento di peso (i mukbanger sono molto spesso persone estremamente magre, nonostante le abbuffate messe in mostra).

Il nostro cervello e il nostro appetito registrano una vera e propria frustrazione e confusione continua, non solo rispetto a queste esperienze ma anche a vari programmi televisivi sul cibo. C’è una costante sollecitazione tra cibo e corpo, e non tutti sono in grado di trovare un sano equilibrio per bilanciare questi elementi, motivo per cui i disturbi alimentari sono in crescita, soprattutto nelle fasce di età preadolescenziale e adolescenziale, e poi nuovamente nella popolazione over 40.
   
Concludendo, le ricerche presenti ad oggi sul Mukbang Watching concordano sul suo utilizzo come compensazione dei bisogni sociali non raggiunti nella vita reale, che ci induce a pensare come il bisogno primario che sembra esserci sotto questo nuovo fenomeno sia la necessità di  condividere esperienze ed emozioni, trasversalmente alla cultura di appartenenza. Quando la quotidianità rende impossibile gratificare questo bisogno, le persone strutturano modalità differenti per compensare le loro emozioni di isolamento, frustrazione, inefficacia, che sono inevitabilmente dei fattori di rischio comune per l’instaurarsi di un disagio psicologico. 
Dal mio punto di vista ciò rappresenta la tendenza dell’individuo a tollerare meno la frustrazione, a cercare ostentatamente la via del piacere e della fuga per incapacità di “stare” anche in situazioni di difficoltà. La rete rappresenta una buona scorciatoia nel breve tempo, ma non rappresenta in questi termini una possibilità evolutiva per la persona. Il confronto dal vivo continua a essere la strada più impervia ma più gratificante e strutturante.

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