Al Candiani la forza moderna di Munch
Un invito a guardare l’arte come specchio dell’anima, del dolore, delle inquietudini — e al tempo stesso come grido collettivo che attraversa decenni e generazioni. È questo, in fondo, lo spirito che anima la nuova mostra al Centro Culturale Candiani di Mestre, intitolata MUNCH. La rivoluzione espressionista, un percorso espositivo che fino al 1° Marzo 2026 ci guida attraverso l’opera del grande norvegese Edvard Munch e la sua eredità fin dentro l’arte contemporanea. Curata da Elisabetta Barisoni, la mostra ci racconta come Munch non sia stato solo un artista, ma una figura-cerniera tra fine Ottocento e inizio Novecento, capace di dare voce alle emozioni più oscure dell’animo umano e di influenzare profondamente le avanguardie e le generazioni successive.

Nato nel 1863 nei pressi di Oslo, Munch visse un’infanzia difficile, segnata dalla morte precoce della madre e della sorella, e da un padre emotivamente instabile. Questi eventi influenzarono profondamente la sua visione del mondo e lo condussero a concepire l’arte come espressione delle emozioni più intime: paura, solitudine, desiderio, dolore. La mostra prende avvio da quattro grafiche conservate nella collezione della Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro, una delle rare istituzioni italiane a custodire opere del maestro norvegese. Si tratta di un nucleo prezioso che permette di cogliere la forza del suo linguaggio incisorio. La prima è Angoscia, un’immagine in cui figure dai volti tesi avanzano su un pontile che sembra vibrare sotto il loro passo: un corteo umano immerso in una tensione quasi elettrica, dove il paesaggio ondulato suggerisce un turbamento che va oltre la scena visibile. La seconda, Ceneri, mostra una donna in piedi, dallo sguardo enigmatico, accanto a un uomo che si affloscia sconfitto: una relazione consumata, un sentimento bruciato, un ricordo che continua ad ardere. In La fanciulla e la morte il tratto è più drammatico, con la giovane figura femminile stretta tra le braccia di una silhouette scheletrica, metafora della fragilità della vita e dell’attrazione inquietante che Munch percepiva nei confronti del limite estremo dell’esistenza. Infine L’urna, meno nota ma di grande intensità, in cui una figura curva, quasi dissolta, deposita qualcosa in un recipiente simbolico: un gesto di abbandono, di resa o forse di trasformazione, un momento sospeso che sembra raccontare un passaggio interiore più che un episodio concreto.
Accanto a queste incisioni, la mostra presenta anche altri motivi ricorrenti del mondo munchiano: volti femminili dal profilo netto, figure isolate che si stagliano contro paesaggi ondulati, coppie avvolte in un abbraccio ambivalente, tra desiderio e minaccia. In alcune grafiche è evidente l’evoluzione del suo segno, che da un iniziale simbolismo più lineare si fa via via più nervoso, più raschiato, più vicino a ciò che diventerà il linguaggio espressionista del primo Novecento. Opere come le varie versioni di Melanconia, Luna di primavera o Il bacio, qui presenti nelle edizioni grafiche o attraverso confronti iconografici in catalogo, restituiscono la costante attenzione dell’artista per il rapporto tra individuo ed emozione, tra presenza fisica e mondo interiore.

In questo modo il nucleo iniziale della mostra non solo introduce i temi principali della poetica di Munch, ma prepara anche lo sguardo del visitatore al dialogo con le opere degli altri artisti esposti, mostrando come la sua ricerca abbia inciso in profondità nella storia della sensibilità visiva europea. Artisti come James Ensor, Max Beckmann, Otto Dix e Alberto Martini raccolsero e reinterpretarono l’intuizione munchiana dell’arte come espressione dell’interiorità: le loro opere restituiscono l’Europa inquieta delle due guerre, attraversata da traumi collettivi che si riflettono nei volti, nei corpi e nei colori. Nelle sezioni finali l’eredità di Munch si confronta con il presente, attraverso figure come Renato Guttuso, con il suo realismo appassionato e a tratti violento, e Shirin Neshat, che con le sue fotografie affronta temi legati all’identità, alla memoria e ai diritti civili. In questo modo il percorso mostra come il linguaggio espressionista, nato da una crisi personale, si sia trasformato in un linguaggio universale capace di raccontare ingiustizie sociali, conflitti, cambiamenti culturali.

L’esposizione del Candiani non è dunque solo un omaggio a Munch, ma una riflessione ampia sul modo in cui l’arte può dare voce all’inquietudine, trasformandola in un ponte verso la comprensione di sé e del mondo. Uscendo dalla mostra si ha la sensazione di aver attraversato una linea del tempo emotiva, in cui le fragilità che un secolo fa tormentavano Munch trovano ancora oggi la loro risonanza.
MUNCH. La rivoluzione espressionista
30 Ottobre 2025 – 1° Marzo 2026
Mestre, Centro Culturale Candiani
Sale espositive III piano
Da martedì a domenica, ore 10-19
Ingresso gratuito previa registrazione
