Presidente Eurointerim Spa Società Benefit, Agenzia per il lavoro.
Autore del libro Successo insuccesso – Storia di due impostori.
«Un’impresa davvero solida è quella capace di evolvere senza mai perdere la propria identità».
[Si legge in 6 min. 12 sec.]
Benvenuto Luigi, grazie per essere con noi.
Tutto cominciò nel 1989, con un corso sulle risorse umane all’Hotel La Bulesca. Cosa accadde dentro di te in quei giorni?
Quel corso è stato un vero punto di svolta. In quei giorni, immerso nel tema della comunicazione interpersonale, si accese dentro di me una scintilla.
Scoprii una profonda inclinazione al miglioramento, un bisogno autentico di crescere e di aiutare anche gli altri a farlo. Fu quella che potrei definire una “rivelazione”. Capii che per evolvere professionalmente, dovevo prima trasformarmi interiormente. Da quel momento, il percorso di crescita personale si è trasformato in una vera e propria missione.
Poi cosa avvenne? Come sei arrivato a fondare le tue aziende?
Pochi anni dopo quell’esperienza, emerse il forte desiderio di concretizzare ciò che stavo imparando e interiorizzando. Continuai a studiare sia in Italia che all’estero, approfondendo le tecniche più innovative della comunicazione, tra cui la Programmazione Neuro-Linguistica (PNL) — alla fine degli anni Ottanta eravamo in pochi a conoscerla. In quel periodo mi occupai anche di crescita personale e valorizzazione del potenziale umano. Ecco, fu lì che mi avvicinai alla selezione del personale. Era un ambito in perfetto allineamento con la mia visione, e Centro Studi Srl — ancora oggi una delle realtà più longeve nella formazione e consulenza — è arrivata poco dopo.
Poi con la Legge Treu, la 196 del ‘97, il mercato del lavoro cambiò totalmente, e io colsi l’opportunità di contribuire in modo ancora più strutturato al settore: fondai Eurointerim, oggi Eurointerim Spa Società Benefit [NdR ~ un’agenzia per il lavoro con decine di filiali su tutto il territorio nazionale e oltre 4.000 dipendenti].
Ci sono dei valori che sono un faro per il nostro modo di pensare, per il nostro agire. Quali sono i tuoi? Nella vita e nel lavoro.
Per me tutto parte da un denominatore comune: l’amore e il rispetto. Innanzitutto verso se stessi, perché non si può dare agli altri ciò che non si coltiva dentro di sé; e verso gli altri, in ogni relazione, in ogni contesto. A questo si uniscono l’etica e il senso profondo di responsabilità; verso le persone, verso i ruoli che ricopriamo, verso l’impatto che generiamo. Poi c’è il concetto di visione, la capacità di guardare oltre, di immaginare ciò che ancora non esiste ma che può essere costruito; e c’è il desiderio di migliorare, come persona e come collettivo. Penso anche ad altre due dimensioni che sembrano opposte ma convivono, almeno nella mia esperienza: l’urgenza del tempo, perché ogni attimo conta, e la pazienza, perché ogni persona ha i suoi ritmi, i suoi percorsi, il suo tempo per capire, cambiare, sbocciare.
Gli anni passano, le leggi e la società evolvono. Nelle tue aziende cosa è cambiato e cosa invece doveva rimanere nello spirito delle origini?
È vero, ogni azienda per sopravvivere agli anni ha bisogno di tenere il passo. Ma ci sono elementi che, per quanto tutto cambi intorno, devono rimanere saldi. Parlo dei valori. Nelle mie aziende non cambierà mai il senso etico, la centralità della persona, la missione di contribuire al miglioramento del capitale umano, e la volontà di far incontrare domanda e offerta per sostenere tutte le parti in gioco. Ciò che è invece cambiato — e deve necessariamente continuare a farlo — è l’approccio. Lo stesso vale per la tecnologia e le competenze. L’azienda oggi può evolvere in modo continuo grazie a investimenti in formazione, digitalizzazione e innovazione. Noi abbiamo integrato nuove professionalità, nuovi strumenti, fino ad abbracciare oggi anche l’intelligenza artificiale, come risorsa al servizio delle persone e dei processi.
Essere radicati nei valori è tutt’altro che rimanere fermi. Significa avere una direzione chiara mentre si guarda al futuro. Un’impresa davvero solida è quella capace di evolvere senza mai perdere la propria identità.
Tra vita quotidiana e lavoro, il tuo legame con il territorio non ha mai smesso di pulsare. Oggi, come si può rendere forte e coesa una comunità?
Al Veneto devo molto. È la terra dove tutto è cominciato. Dove ha preso forma la mia fortuna professionale e hanno messo radici i valori che oggi mi guidano. Il Veneto mi ha insegnato il valore del lavoro, della serietà, del sacrificio. Ma soprattutto mi ha trasmesso un’idea solida di comunità.
Mi ha fatto capire che una comunità forte è quella che sa guardare avanti senza dimenticare nessuno, che cresce insieme nel rispetto delle regole, della dignità umana e di una visione condivisa del bene comune. Al Veneto devo davvero tutto. Restituire qualcosa a questo Territorio, è per me un dovere morale e un onore.
Hai iniziato a fare l’insegnante molto presto, e non hai mai smesso di fare formazione. Quali vibrazioni ti dà questo mestiere? E come influenza il tuo essere imprenditore?
Sono arrivato in Veneto nel 1986 per fare l’insegnante. Avevo venticinque anni e tanta voglia di mettermi in gioco. Quella scelta ha segnato profondamente il mio percorso, perché insegnare è un’esperienza trasformativa, che ti costringe a restare vivo, curioso, in continuo ascolto. Stare a contatto con i giovani ti costringe a non invecchiare dentro, a rimanere connesso con il presente e a immaginare il futuro con occhi sempre nuovi. La formazione, prima nella scuola poi nelle aziende, nei corsi per professionisti, nelle aule con manager e imprenditori, è diventata il filo conduttore di tutta la mia carriera. Ogni aula, ogni confronto, ogni momento in cui si accende una scintilla di comprensione o di motivazione, mi ricorda perché faccio quello che faccio. Anche nel mio essere imprenditore, la formazione ha sempre avuto un ruolo centrale. Essere a capo di un’azienda significa guidare, ma anche educare, affiancare e correggere quando serve. Significa crescere insieme ai propri collaboratori. Per me la leadership si costruisce con gli stessi strumenti dell’insegnamento. Penso all’ascolto, all’empatia, alla visione, al senso di responsabilità e soprattutto al rispetto verso l’altro.
Vorrei concludere con il tuo libro, Successo Insuccesso – Storia di due impostori. Qual è il legame tra i due “impostori”? E cosa dà valore a un progetto, al di là dei risultati?
Nel mio libro ho voluto raccontare un percorso umano e professionale fatto di tappe, di scelte, di prove, ma soprattutto di consapevolezze. Il titolo si ispira casualmente a un celebre verso di Rudyard Kipling, che definisce successo e insuccesso come due “impostori”: due condizioni che spesso ci seducono o ci abbattono, ma che raramente corrispondono alla verità profonda di ciò che siamo. Nel libro condivido esperienze personali, incontri determinanti, momenti difficili e altri di grande soddisfazione. È una riflessione aperta su come la crescita non avvenga mai in linea retta, piuttosto tra inciampi, intuizioni, cadute e ripartenze. Il successo non è mai assoluto, così come l’insuccesso non è mai definitivo. Entrambi, se vissuti con consapevolezza, possono insegnarci molto. Il vero legame tra questi due “impostori” è che entrambi ci mettono alla prova, ci invitano a guardarci dentro per capire chi siamo davvero, al di là dei risultati. Nel tempo ho capito che, quando ci si lancia in un progetto, il suo valore non è nel riconoscimento immediato, e nemmeno negli applausi e nei numeri. È l’impatto umano a dargli valore. È la coerenza con i propri principi, la capacità di resistere nei momenti duri. È la volontà di lasciare qualcosa che abbia un significato per gli altri. Il libro è un invito a riflettere su questo: non rincorrere etichette, ma costruire senso. Perché il successo non è quello che si vede, ma quello che si “sente”. E spesso nasce proprio là dove sembrava di aver fallito.
