Un’isola dove gli alberi non hanno foglie. Hanno bambole.
Ci sono luoghi in cui arrivi e hai immediatamente la sensazione che qualcosa non torni. L’Isla de las Muñecas, l’Isola delle Bambole, è uno di questi. Ci avviciniamo ad Halloween e questo racconto lo trovo opportuno in questo momento di fine estate.
Il luogo si trova nei canali di Xochimilco, poco fuori Città del Messico, e già il modo per raggiungerla contribuisce a creare quell’atmosfera straniante. Si attraversano lentamente i canali su una piccola trajinera, lasciandosi alle spalle il rumore della città. Poi, quasi senza accorgersene, il paesaggio cambia. La vegetazione si fa più fitta e, tra gli alberi, iniziano a comparire delle sagome. All’inizio pensi di aver visto male. Poi ne riconosci una: è una bambola. E subito dopo ne vedi un’altra. E un’altra ancora.
Sono appese ai rami, fissate ai tronchi, lasciate tra le foglie. Alcune hanno ancora i vestiti, altre sono completamente rovinate. Ci sono bambole senza occhi, con i capelli aggrovigliati, il volto annerito dall’umidità o parti del corpo mancanti. Il tempo le ha trasformate al punto che è difficile capire dove finisca l’oggetto e dove inizi la vegetazione. La cosa più inquietante, però, non è il numero. È il modo in cui sembrano guardarti.
La storia dell’isola è legata a Julián Santana Barrera, un uomo che negli anni Cinquanta decise di vivere qui, isolato tra i canali. Secondo la leggenda, un giorno trovò il corpo di una bambina annegata nelle acque intorno all’isola. Poco tempo dopo iniziò a credere che il suo spirito fosse rimasto lì e cominciò ad appendere bambole agli alberi per placarlo. Una prima bambola, poi una seconda, poi centinaia.
Julián le recuperava dove capitava: nei canali, tra i rifiuti, oppure le scambiava con altre persone in cambio di frutta e verdura. Non cercava bambole belle o nuove. Al contrario, sembrava quasi che fossero proprio quelle rovinate, rotte e abbandonate ad avere un posto sull’isola. E mentre cammino tra questi alberi mi viene da pensare che, forse, la parte più assurda della storia non siano nemmeno le bambole. È il fatto che un uomo abbia passato gran parte della propria vita a costruire questo luogo senza averlo mai davvero progettato. Non c’è una pianta, non c’è un ordine, non c’è un percorso preciso.
Eppure, l’isola sembra quasi una gigantesca installazione artistica. Gli alberi diventano strutture espositive, i rami sostituiscono le pareti e le bambole diventano frammenti di un paesaggio che continua a modificarsi. Nessuna di loro è conservata: il sole, l’acqua, la muffa e il tempo fanno il loro lavoro. I colori sbiadiscono, i corpi si deteriorano, i volti si deformano.
È come se l’isola fosse un museo in cui anche le opere stanno lentamente morendo. Julián morì nel 2001, proprio sull’isola, e da allora questo luogo è diventato una delle destinazioni più particolari — e inquietanti — di Xochimilco. Intorno alla sua storia sono nate moltissime leggende e non tutti i dettagli del racconto della bambina possono essere verificati. Ma forse è proprio questa incertezza a rendere l’esperienza ancora più strana: non sai mai dove finisca la storia vera e dove inizi quella che è stata costruita negli anni. Quello che invece è impossibile mettere in dubbio è ciò che hai davanti agli occhi. Un’isola intera trasformata dal gesto ripetitivo di una sola persona.
E mentre riparto, lasciandomi alle spalle gli alberi pieni di bambole, penso che forse è proprio questo il motivo per cui l’Isla de las Muñecas mi è rimasta così impressa. Non sembra un luogo costruito per essere visitato. Sembra un luogo che qualcuno ha costruito per un motivo completamente diverso e che, solo in seguito, il resto del mondo ha iniziato a guardare. E forse la cosa più extravagans di tutte è proprio questa: che una raccolta di oggetti abbandonati, nata dalla paura e dall’ossessione di un uomo, sia finita per diventare uno dei paesaggi più riconoscibili e surreali del Messico.
