In un momento storico in cui l’arte contemporanea sembra spesso inseguire l’impatto immediato, Lee Ufan continua a scegliere la sottrazione. La sua mostra veneziana, organizzata da Dia Art Foundation negli spazi dello SMAC Venice come evento collaterale della Biennale Arte 2026, non cerca lo spettacolo né l’effetto immersivo a tutti i costi. Al contrario, costruisce un’esperienza lenta, essenziale, quasi sospesa, in cui il vuoto diventa parte integrante dell’opera.
Tra pietre, ferro, tele attraversate da gesti minimi e superfici lasciate respirare, il percorso espositivo invita lo spettatore a rallentare lo sguardo. Ed è proprio in questa tensione silenziosa, misurata, che si riconosce tutta la forza del lavoro di Lee Ufan: un artista che, da oltre cinquant’anni, continua a trasformare la semplicità in qualcosa di profondamente radicale.
Nato nel 1936 a Haman, in Corea del Sud, e formatosi tra Oriente e Occidente, Lee Ufan è considerato una delle figure più influenti dell’arte contemporanea asiatica. Trasferitosi in Giappone alla fine degli anni Cinquanta, è stato tra i principali teorici del movimento Mono-ha — letteralmente “la scuola delle cose” — nato a Tokyo alla fine degli anni Sessanta. Più che produrre immagini o oggetti nel senso tradizionale, gli artisti Mono-ha lavoravano sulle relazioni tra materiali naturali e industriali, lasciando che pietra, ferro, vetro o legno esistessero nello spazio senza trasformazioni invasive.
Nel corso degli anni, il lavoro di Lee Ufan è entrato nelle collezioni e nei musei più importanti del mondo, dal Solomon R. Guggenheim Museum di New York, al Centre Pompidou di Parigi, fino al Lee Ufan Museum di Naoshima, progettato da Tadao Ando nel cuore dell’isola giapponese diventata simbolo dell’arte contemporanea internazionale. Più recentemente, Dia Art Foundation gli ha dedicato una grande presentazione anche negli spazi di Dia Beacon, a New York, sottolineando ancora una volta il dialogo tra la sua ricerca e quella dei grandi protagonisti del minimalismo americano come Donald Judd, Agnes Martin e Richard Serra.
Eppure, nonostante questa dimensione museale e internazionale, il suo linguaggio continua a sottrarsi a qualsiasi forma di monumentalità spettacolare. La mostra veneziana sembra costruita proprio attorno a questa tensione: opere di grande forza fisica che non occupano lo spazio in modo aggressivo, ma lo attraversano con discrezione.
Il percorso, distribuito nelle otto sale dello SMAC Venice alle Procuratie di Piazza San Marco, alterna grandi installazioni, dipinti storici e nuove commissioni site-specific pensate appositamente per Venezia. Le opere non sono mai isolate come oggetti autonomi: dialogano continuamente con la luce, con le distanze, con i vuoti tra una sala e l’altra. In alcuni momenti si ha quasi la sensazione che l’architettura diventi parte dell’opera stessa.
Tra i lavori più intensi emerge Relatum (precedentemente Iron Field), storico intervento del 1969 riproposto in una versione riallestita. Migliaia di sottili barre di ferro affiorano da una distesa di sabbia creando una superficie instabile, quasi vibrante. Da lontano l’installazione appare compatta e minimale; avvicinandosi, invece, rivela tutta la sua fragilità. Il metallo perde rigidità e assume qualcosa di organico, quasi naturale. È una scultura che cambia continuamente in relazione al movimento dello spettatore e alla luce che attraversa lo spazio.
Anche la pittura, nella pratica di Lee Ufan, nasce da un gesto ridotto all’essenziale. In From Line (1980) e From Point (1982) pennellate blu attraversano la tela dissolvendosi progressivamente fino quasi a scomparire. Ogni segno registra il tempo del movimento, la pressione della mano, l’esaurimento del colore sul pennello. Più che rappresentare qualcosa, il dipinto rende visibile un processo mentale e fisico insieme: la durata del gesto, la ripetizione, il silenzio. Questa ricerca raggiunge una sintesi ancora più radicale nella serie Dialogue, avviata a metà degli anni Duemila. Qui la pittura si concentra in pochi grandi tocchi di colore sospesi sulla superficie bianca della tela. Il gesto appare semplice, quasi elementare, ma richiede una precisione estrema: Lee Ufan realizza ogni pennellata lentamente, lasciando che il pigmento minerale si depositi sulla superficie con gradazioni impercettibili. Il risultato è un equilibrio fragile tra presenza e vuoto, controllo e casualità.
In una Biennale spesso dominata dalla necessità di raccontare il presente attraverso immagini forti e dichiarazioni immediate, Lee Ufan sceglie una direzione opposta. Le sue opere non chiedono di essere fotografate velocemente o comprese in pochi secondi: chiedono tempo. E forse è proprio questa la qualità più rara della mostra veneziana. In una città che vive da secoli sull’equilibrio fragile tra acqua, pietra e luce, il lavoro di Lee Ufan sembra ricordare che anche il vuoto può avere una presenza profondissima.
Lee Ufan
9 Maggio – 26 Novembre 2026
SMAC Venice (San Marco Art Center)
Procuratie, Piazza San Marco 105, Venezia
Aperta dal mercoledì al lunedì, ore 10:00 – 18:00
