giovedì, Giugno 20, 2024

Le persone Puzzle 

Perché abbiamo paura di dire la nostra età?

Siamo cresciuti in un’epoca in cui il galateo prevede che non si debba chiedere a una donna “quanti anni hai?”, perché è sgarbato, poco affinato e si manca di tatto.

Siamo cresciuti in un contesto dove vedere i segni sul volto, i capelli che imbiancano, la pelle meno tonica, sono tutti elementi da nascondere, da modificare o, ancora meglio, da cancellare. A volte sorrido dentro di me quando per strada incontro persone che definirei un puzzle: il viso con l’assenza completa di rughe, occhi aperti come se avessero 15 anni, folte chiome, seni tonici e prorompenti, denti bianchissimi, e poi, abbassando un po’ lo sguardo, le braccia e le gambe sono avvizzite. Allora mi chiedo: perché nascondersi a se stessi? 

Nutro molta tenerezza in realtà per le persone che io definisco puzzle, perché sento che siano in grande difficoltà ad accettare il cambiamento e nello specifico ad affrontare il tempo che passa, il proprio corpo che muta; sento la loro ansia in modo molto chiaro e nitido. 

Perché abbiamo paura di invecchiare?

Credo che il significato più profondo di questa domanda, non si limiti solo alla paura del cambiamento, ma si connetta invece con una paura più forte, concreta, e angosciante: ciò che temiamo è la morte. Da un punto di vista evoluzionistico, sappiamo che l’essere umano ha maggior probabilità di morire con l’aumento dell’età, o almeno così dovrebbe essere. Ciò spinge quindi nella nostra emotività a sentirci più in pericolo, più vicini a vivere questo momento man mano che l’età aumenta, e sapendo che è qualcosa che non possiamo né controllare né evitare, cerchiamo di mettere in atto dei meccanismi di controllo, con l’auspicio di rallentare o posticipare il più possibile questo evento.

Partiamo sempre da un concetto a me caro, cioè che la narrazione generi realtà: “se mi vedo allo specchio con l’assenza di rughe, posso raccontarmi che non sto invecchiando”. Raccontarsi una realtà non significa che questa lo sia, ma sicuramente ha un esito nella propria emotività. 

Siamo tutti molto abili nel costruire alibi di evitamento, per ciò che temiamo o che ci mette in difficoltà; e modificare il nostro corpo è una buona modalità per negare a noi stessi che stiamo invecchiando e quindi in cammino verso altre fasi della vita.

È allora più chiaro, che l’investimento economico fatto da alcune persone in tal senso ha quasi un significato salvifico per la loro vita, perché allontana in termini di percezione ciò che accadrà. Se esistesse la pillola dell’immortalità, quante persone la vorrebbero?

Secondariamente esiste la paura del cambiamento e la difficoltà ad accogliere chi siamo diventati; è un altro aspetto che sostiene il ricorso a modificare ciò che il corpo pone in evidenza. Qui l’elemento di osservazione, a mio avviso, è la natura del cambiamento. Le persone che faticano ad accettare i segni del tempo, potenzialmente accettano il cambiamento solo se attivo, cioè solo se determinato da se stessi. Mal tollerano il cambiamento subìto e, ahimè, la forza di gravità che agisce sulla tonicità del proprio corpo forse li pone in una situazione dalla quale devono per forza togliersi.

In tutto questo esiste il desiderio di uniformarci a uno stereotipo sociale, per cui l’assenza di rughe, la bocca carnosa (tanto per fare qualche esempio) sono letti come elementi di bellezza in modo oggettivo, e danno inizio a una rincorsa in cui perdiamo vista l’unicità dell’essere umano, tendiamo a uniformare ciò che per natura è invece unico e inimitabile.

Se ci chiedessimo il senso di ciò che facciamo, forse scopriremmo che invecchiare bene non significa psicologicamente negare ciò che sta accadendo, ma godere e sintonizzarsi su ciò che ogni fase della vita può offrire. Ciò chiaramente implica avere una buona lettura dei propri bisogni interiori, dei propri desideri e saper accogliere la “trasformazione” non per forza come una perdita di qualcosa, piuttosto con la prospettiva di fare posto anche ad altro. Vedere una donna o un uomo che a 60 anni sfoggia i capelli d’argento, senza per forza ostinarsi nell’avere un colore più corvino di quando aveva 30 anni, ecco questo lo trovo un segno di connessione interiore. Se non siamo connessi con noi stessi, rischiamo di vivere come il criceto sulla ruota, che corre corre ma non sa neanche lui dove sta andando, collezionando fatica e insoddisfazione. 

Quindi invito ognuno a riflettere sul tempo che passa, e vederlo come un amico e non come qualcosa dal quale scappare. 

Il corpo è il luogo nel quale abitiamo. Per cui il benessere e la cura non riguardano solo la modificazione esteriore, ma soprattutto l’attenzione e l’accettazione.

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