giovedì, Dicembre 8, 2022

Le Foto taroccate sui social.

Truffa imperdonabile o innocenti evasioni?

Tutti abbiamo qualche nostra fotografia, più o meno recente, in cui siamo usciti bene; ed in seguito, con l’aiuto di qualche app siamo diventati persino bellissimi.

Rivendico dunque con forza il diritto che tutti possano pubblicare quelle fotografie ben riuscite e successivamente ben taroccate, anche a rischio di truffare ampiamente le aspettative altrui.

Non c’è niente di male infatti nel voler pubblicizzarsi con un’immagine che evidenzia un aspetto parzialmente dissimile da quello reale.

Qualcuno potrà obiettare che la pubblicazione di una foto non realistica diventi allora una sorta di esca… ed è vero, infatti lo è: è assolutamente un’esca che vuole intenzionalmente ingannare il prossimo e spesso anche le nostre insicurezze. 

Qual è il senso allora? Ci viene in soccorso la filosofia, dichiarando un po’ marzullianamente: la vita in fondo cos’è nella Società dell’apparenza estrema se non un allenarsi costantemente a non abboccare ad ogni genere di esca mediatica?

Le esche, per il principio degli opposti, si rendono pertanto necessarie nella Società contemporanea poiché ci aiutano a forgiare il nostro carattere a restare con i piedi per terra senza nutrire mai sognanti aspettative. Sono proprio le esche “schivate”, infatti, che ci riconducono all’Essere, alla concretezza, insomma ad una maturazione consapevole.

Qualcuno allora potrebbe scivolare nella tentazione di ritenere che sia un po’ sfigato questo proporsi alterando al meglio il proprio aspetto.

Io suggerirei a questi pseudo-paladini della sacra Verità di farsi un piccolo esame di coscienza per rendersi conto che tutti (o quasi) abbiamo sempre trascorso la nostra vita abboccando (o facendo abboccare) prima o dopo a ogni genere di esca…

Abbiamo abboccato al deodorante per l’uomo che non deve chiedere mai, abbiamo abboccato al detersivo che lava bianco che più bianco non si può, abbiamo abboccato allo shampoo che elimina il crespo, alla crema che ci leva venti chili di cellulite. 

Abbiamo comprato i gustosi panini del fast food che paragonati a quelli esposti nelle fotografie pubblicitarie fanno la stessa figura dell’ottone quando lo confrontiamo con l’oro. Ci siamo illusi che cucinando un wurstel ci venissero fuori le righette nere come quelli della pubblicità, oppure che il tonno si potesse sfaldare con un grissino con la stessa morbidezza con cui ce lo mostrano gli spot pubblicitari. E di nuovo ci siamo cullati all’idea che una caramellina di camomilla potesse ridonarci il sonno profondo ed innocente di quando eravamo bambini. 

Nei rapporti interpersonali abbiamo abboccato all’esca dell’uomo/donna innamorati e fedeli, al fidanzato ricco con la supercar ma in realtà pure con i superdebiti ovunque; alla donna dal seno prosperoso ma soltanto perché dotata di reggiseno più imbottito dell’imballo di un televisore.

La lista delle esche ho voluto solo accennarla ma sarebbe talmente lunga che non basterebbero tutti i volumi dell’enciclopedia Treccani per contenerla tutta.

Pertanto assolviamo benevolmente noi stessi e le altre persone che scivolano nella innocente tentazione di crearsi una propria immagine fotografica. Sia che voglia raccontare un aspetto esteriore che non esiste, sia che voglia riesumarne uno esistito in un’epoca remota del proprio passato.

La Società dell’apparire è anche questo; e soltanto il nostro Essere può comprenderlo con saggia serenità… e riderci sopra.

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