Esiste un capitolo nel manuale delle corna di cui i sociologi parlano malvolentieri. È il momento esatto in cui il colpevole, colto con le due dita nella marmellata, non solo non si cosparge il capo di cenere, ma decide che la miglior difesa sia l’indignazione. Non c’è pentimento, non c’è vergogna ma solo una discreta dose di ferocia comunicativa.
L’immaginario collettivo tende ad una narrazione molto scontata e sequenziale: scoperta del misfatto, confessione, pianto terapeutico e, possibilmente un dignitoso quanto strategico silenzio. La realtà, infinitamente più spietata, spesso preferisce la farsa. Il copione viene ribaltato in un battito di ciglia, con una destrezza che rasenta il talento teatrale.
Prendiamo un caso, statisticamente democratico e senza distinzioni di genere, di chi ha violato il patto di fedeltà. Il problema iniziale è squisitamente d’immagine: come fare a specchiarsi la mattina continuando a ritenersi individui integri dopo aver demolito la fiducia altrui? Sentirsi addosso il peso della responsabilità è un lusso che appartiene a pochi e per questo germoglia una narrazione che ricrea una falsa realtà incentrata all’auto-assoluzione.
Qui assistiamo al festival dell’alibi creativo. La colpa del tradimento non risiede mai nell’ego del traditore, ma nelle presunte mancanze della vittima. “Eri assente”, “pensavi solo alla carriera”, “non mi cercavi/guardavi più come un tempo” ecc.. La lista delle giustificazioni diventa il menù della trattoria “cornetti&banalità”, ma sovente, per magia burocratica, queste fesserie si trasformano con il tempo, in valide attenuanti generiche. Se il partner lavora troppo è un problema, se lavora poco è un fallimento; se parla è logorroico, se tace è anaffettivo e via così. Infine il capolavoro del miracolo retorico. Il focus del dibattito si sposta: l’adulterio sparisce, diventa un dettaglio a margine o persino un incidente di percorso causato dal contesto. Ed ecco che al centro della scena appare lui(lei), sullo sdrucciolevole banco degli imputati: il partner tradito.
Se quest’ultimo ha osato controllare un telefono, diventa un persecutore liberticida disturbato psicologicamente. Se pretende risposte, assurge al ruolo di inquisitore compulsivo. Se manifesta apertamente il proprio dolore, viene liquidato come un soggetto affetto da analfabetismo emotivo. In pochi passaggi logici, il carnefice fa propri i panni del perseguitato e la vittima si ritrova additata come la vera causa del disastro.
Questa rabbia post-tradimento non è figlia di un amore ormai finito, ma del fastidio rivolto verso il partner tradito che smette di essere una persona e diventa lo scomodo simbolo vivente del proprio fallimento di coppia. La morale abilmente si capovolge: chi ha perpetrato il tradimento, attrae empatia per il proprio disagio esistenziale, mentre a chi ha subito il danno viene tacitamente imposta la calma, la maturità e la comprensione. Chi ha mentito chiede “spazio per respirare”, chi è stato umiliato viene tacciato di essere persona instabile e problematica, incapace di ricostruire andando oltre i rancori.
Certamente, le dinamiche di coppia sono labirinti molto complessi e comprendere i motivi di un addio, richiede oggi una statura intellettuale che in giro latita ampiamente. La vera trappola però è quando ci si illude di potersi smarcare da tali dinamiche, attraverso il tribunale “domestico” di ciò che pensiamo, poiché in questo caso, ci ritroveremo solo un avvocato accusatore (chi ha tradito) seduto nei propri pensieri egocentrici: e qui la condanna morale è sicura, e la sentenza in questo caso attribuirà all’infedele una solenne vittoria consistente nell’avere convinto il pubblico che la colpa sia tutta di chi ha avuto la sfrontatezza di accorgersene.
Stefano Cannas
