domenica, Settembre 6, 2026

Just in case: 

come tentiamo di “controllare” l’ansia

(Just in case: “nel caso che…”, “per ogni eventualità…”, “non si sa mai…”)

In alcuni momenti della vita, o come stile di organizzazione personale, accade di sentirci più vulnerabili a meccanismi di controllo. Spesso queste non sono scelte, ma reazioni automatiche ad anticipazioni che la nostra mente mette in atto.

Ci troviamo a sentirci in uno stato di attivazione costante (e quindi a leggere la realtà), come se fossimo in uno stato di allerta continua e di imminente pericolo. Cosa succede ai nostri processi neurofisiologici? Il corpo rimane in uno stato di allerta, acceso come l’albero di Natale. 

“Cosa può succedere se non copio questo rituale? Che responsabilità avrò nell’epilogo? Sarà colpa mia?”.

Spesso i pensieri automatici hanno come caratteristica trasversale il catastrofismo (scenari spesso irreversibili), l’assolutismo (bianco o nero), e l’assenza di un ruolo attivo possibile.

La logica del Just in case porta a comportamenti di controllo e prevenzione continua e indifferenziata, che tendono invece ad amplificare lo stato d’ansia. Può succedere che sperimentiamo momenti di ansia “lieve” che si differenziano in termini di percezione soggettiva, da altri di intensità più “forte” che riusciamo magari a collegare a situazioni specifiche, per esempio quando dobbiamo prendere l’aereo. 

Capita però, nell’ordinarietà della vita quotidiana, di mettere in atto delle azioni che di per sé sono prive di significato e utilità socialmente condivisa, ma agli occhi di chi le compie sono necessarie. Sarà successo a tutti di tornare indietro a controllare di aver chiuso l’auto o la porta di casa, e nonostante ci sia una parte di sé che è certa di averlo fatto e magari ne ricorda anche il processo mnemonico, un’altra parte attiva il dubbio che rende necessaria la verifica comportamentale. 

A cosa portano queste azioni di controllo? A quale bisogno interiore rispondono?

Lo scopo illusorio è la ricerca del controllo, mentre l’effetto reale è un rinforzo dell’ansia e un abbassamento del senso di autoefficacia, aumentando conseguentemente l’intollerabilità all’incertezza e all’imprevisto.

Altro esempio è evitare di guidare in autostrada per il dubbio di non saper gestire la situazione qualora venissero messe alla prova le proprie capacità di guida (in assenza di motivi reali di invalidazione). In queste situazioni di ansia lieve e media si attiva il pensiero che gli anglosassoni definiscono “just in case”. Il ragionamento “just in case” si traduce in questo processo cognitivo e dialogo interno: “se perdessi la carta di credito sarebbe un problema da risolvere, posso davvero essere sicuro di averla messa nel portafoglio?”: ”Just in case”, per sicurezza, controlliamo di averla messa nel portafoglio.

E così si attiva un pensiero circolare, secondo cui l’azione richiesta (il controllo) sollecita un piccolo sforzo che può essere sostenuto, visto che in cambio otteniamo la risoluzione del dubbio. Entrare in questo circolo vizioso può essere una modalità comune a molti contesti di vita; tuttavia, se diventa uno stile cognitivo e di organizzazione della quotidianità, rischia di essere pervasivo, andando a peggiorare i tratti ansiosi e inficiando la qualità di vita delle persone.

Perché la Just in case è una modalità peggiorativa?

Comportamenti di controllo e di evitamento tendono a mantenere l’ansia: sul momento ci si illude che venga gestita o spenta, ma il giorno dopo invece sarà con un peso specifico importante.

Queste scelte di fronteggiamento, se non interrotte, attivano circoli viziosi che rinforzati diventano doverizzazioni e automatismi, che poco rappresentano la libertà di scelta della persona. Nel tempo, l’efficacia di questi comportamenti come scelte tranquillizzanti viene meno, e si ricorre ad allargare sempre di più le azioni stereotipate invece che l’utilità.


Senza patologizzare a priori, credo sia necessario riuscire a porre attenzione sul senso e sul significato di cosa ci porta a compiere alcune azioni piuttosto che altre e di darci l’opportunità di rivolgerci a un professionista, qualora i comportamenti ripetitivi non siano occasionali ma diventino parte della nostra quotidianità (alimentando lo stato d’ansia).

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