Un laboratorio di psicoeducazione
Hayao Miyazaki ha fatto tremare il cinema d’animazione occidentale, soprattutto dopo l’ultimo Oscar. Ma se l’Oriente ha chiamato, l’Occidente ha inaspettatamente risposto “presente!”. La Pixar c’è: Inside Out è un capolavoro coi fiocchi. Ora che lo straripante successo ricevuto ha lasciato spazio alla quiete delle riflessioni a posteriori, possiamo provare a trarre delle interessanti conseguenze. Soprattutto in un momento dove i blockbuster non rispettano le attese e le spese, Inside Out illumina la strada. Una strada poco dispendiosa e pure senza bisogno di un particolare equipaggiamento da trekking cinematografico. Bisogna addentrarsi nelle profonde emozioni del proprio racconto, avere uno scopo e concretizzarlo in un’idea. Se poi aiuta milioni di persone, via il cappello.

Con il primo capitolo si è evinto questo. Ma si sa, di questi tempi fare un sequel genera sempre sconforto nel pubblico prima dell’uscita effettiva. Spesso, vi è un lecito dubbio se effettivamente si crea una saga antologica per amore della storia o per sfruttare un brand. Questo caso non è stato diverso. La paura di rovinare un ottimo prodotto è stata palpabile.
Nel primo capitolo abbiamo conosciuto Riley, una bambina come tante, con le sue passioni e figlia di genitori come tanti. Le sue emozioni sono sconosciute a lei, ma non a noi. Letteralmente, hanno preso vita nel suo ego diventando dei veri e propri personaggi. Infatti, per quanto la storia abbia delle ripercussioni all’esterno di Riley, il principale campo d’azione è appunto il suo Io interiore. Da qui il titolo: “ciò che è dentro viene esposto”.

Vediamo le emozioni. Emozioni primordiali come Gioia, Tristezza, Disgusto, Paura e Rabbia. Già nel primo capitolo abbiamo una bella eredità: ognuna delle emozioni ha la sua specifica funzione. Nel secondo capitolo abbiamo una struttura molto più sofisticata. Si apre un’interessante incidente scatenante: è iniziata la pubertà di Riley, il quartier generale delle emozioni viene ricostruito. Insieme al nuovo ufficio, si presentano nuove emozioni, tra le quali spicca Ansia. Non è un caso se si presentano solo ora, come non è un caso se vengono dipinte come emozioni-personaggi giovanili. Ansia si aggiunge a Noia, Invidia e Imbarazzo. Tutte emozioni che effettivamente sono sfumature di una crescita adolescenziale, di un bisogno di imporsi nel mondo. Così vuol fare Riley: sfruttare le nuove amicizie, essere apprezzata dal gruppo di amici dominante, aspirare a essere qualcuno. Già si genera un conflitto: che cosa fanno le emozioni vecchie? Sono, appunto, vecchie. Emozioni boomer, se vogliamo usare un gergo giovanile. Da un primo confronto sembrano non sapere chi è diventata veramente Riley e dunque vengono cacciate. Gioia non è più indispensabile in mezzo a un contesto di carriera scolastica, carriera sportiva e accettazione del branco. Sono le nuove emozioni a fare il lavoro maggiore. I casini sono assicurati; gli sbalzi d’umore, di conseguenza, pure. La noia si alternerà all’ansia e all’invidia. Guarda caso appena Riley ha avuto il primo ciclo. Ma Ansia non segue il protocollo, non segue la felicità di Riley ed è essa stessa ansia per se stessa e genera confusione, portando Riley a perdere la bussola. Prima del climax finale, e prima che Gioia e le altre vecchie emozioni riescano a tornare al quartier generale per fermare Ansia, scoprono le prigioni dello spazio più recondito della personalità di Riley. E, soprattutto, una figura misteriosa: un segreto che non vedrà mai la luce. In tutti i sensi. Riley ha un segreto. È adolescente, è forse sbagliato?

Non voglio creare spoiler, ma i dieci secondi finali da soli valgono il prezzo del biglietto. Basta la frase che dice Gioia ad Ansia per placare la sua furia: «Non puoi sostituirti a Riley». Infatti Ansia non è un personaggio volutamente negativo, ma per aiutare Riley a prevenire problemi finisce per crearglieli e oscurare la sua vera personalità. L’ansia è l’emozione di quest’epoca per eccellenza, il 50% dei giovani tra i 18 e i 25 ne soffrono. E Inside Out 2 ha trovato un’ottima idea per descriverla: conoscerla senza demonizzarla, e infine spiegarci che è pure utile, se sfruttata per ricordarci di affrontare un impegno. L’importante è che non diventi totalizzante. D’altronde, come ogni emozione. Ma ognuna di esse serve.
Giù il cappello.
