lunedì, Settembre 14, 2026

Impariamo a correre ad 80 chilometri orari.

Nel mondo che celebra la velocità e la produttività, ci sarebbe l’urgente bisogno di rallentare. Non si tratta di nostalgia per un ritorno al passato, ma di un modo più consapevole di vivere il presente. Correre a 80 chilometri orari, in un mondo che figurativamente spinge a 200, non sarebbe un segno di debolezza, ma di grande saggezza. Significherebbe riprendere il controllo del proprio tempo, riscoprendo la preziosità delle piccole cose.

L’etica del rallentamento è da contrapporsi a questa Società che ha ingannevolmente reso la velocità un valore etico. Chi è veloce è considerato efficiente e dunque proiettato al successo. Chi è lento, al contrario, viene etichettato criticamente come pigro demotivato o incompetente. Questa mentalità è causa di conseguenze profonde sulla nostra vita sociale. Siamo costantemente connessi, bombardati da notifiche e informazioni. Questa schizofrenia comportamentale non ci lascia tempo per la riflessione profonda, non ci consente di assimilare le esperienze e di goderci “l’istante”. 

L’etica del rallentamento dovrebbe proporci una visione diversa. Non si tratta di eliminare la tecnologia o, peggio, avversare il progresso, ma di utilizzarli soltanto in modo più consapevole. Scegliere di disconnetterci per riconnetterci meglio con noi stessi e con gli altri, alla riscoperta di quei legami umani di cui la velocità ci è nemica poiché ci allontana e ci isola costantemente. Le nostre interazioni sono diventate sempre più superficiali e frettolose. Scambiamo decine di messaggi istantanei e non conversiamo più, scrolliamo i feed dei social media e non ci guardiamo più negli occhi. Il rallentamento ci offrirebbe l’opportunità di ripristinare la profondità delle relazioni. Sarebbe un invito a notare chi ci sta intorno: la persona seduta accanto a noi in autobus, in treno, in aeroporto, il barista che ci prepara il caffè, il nostro vicino di casa. È un invito a fare una pausa, a prestare attenzione, ad ascoltare.

Nessuno vuole gettare via le tecnologie, ma sarebbe bene tornare a usarle con intenzionalità, senza lasciare che ci rubino quel tempo che una volta utilizzavamo per costruire legami ben più significativi.

La filosofia del “sempre connessi” e la relativa tecnologia di supporto, hanno un impatto significativo sulla nostra salute mentale. L’ansia, lo stress e il burnout sono diventati problemi comuni. A livello culturale, stiamo assistendo alla nascita di movimenti che promuovono la cultura del rallentamento in altri ambiti, come “slow food” e “slow travel”. Questi movimenti ci invitano a godere maggiormente del tempo da destinare al cibo e ai viaggi, ma ci spingono anche a riscoprire il valore dell’artigianato, della tradizione, del vivere all’interno di una comunità, ovvero abbracciare il piacere del viaggiare a 80 all’ora.

Il vero piacere di un viaggio infatti, è godersi il percorso, è osservare il paesaggio che cambia, è fermarsi nel piccolo borgo, chiacchierare con la gente del posto, comunicare, socializzare, vivere. Viaggiare a 80 all’ora oggi non andrebbe considerato come sinonimo di mentalità vecchia, ma di profonda saggezza. È la scelta consapevole di chi non vuole più farsi travolgere dalla fretta, ma essere presente per godersi ogni momento. È una scelta che ci permetterà di tornare a vivere in modo più qualitativo, di apprezzare meglio chi ci sta intorno, costruendo una vita maggiormente ricca di umana connessione, per tornare a comunicare per davvero, al di là del silenzio a cui vorrebbero costringerci tutti i mezzi di comunicazione che abbiamo inventato sino ad oggi.

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