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È stata una modella, è salita sul podio di Miss Italia con un magnifico “bronzo”, e per anni ha giocato nella serie A di basket. Laureata con il massimo dei voti in Linguaggi dei Media, si è specializzata come Creator Digitale e fondato una sua agenzia di comunicazione.
Eppure, il suo merito più grande non è in questi importanti traguardi, piuttosto nella sua partecipazione attiva al cambiamento. La società può evolvere in una direzione sana, dove la diversità possa essere un valore, dove ci sia uguaglianza nelle possibilità non nel modo di essere.

Che sia nella moda, nel lavoro, nel dialogo o in qualunque altro ambito della vita, la propria forza risiede nel sé autentico; quello sotto la scocca delle apparenze, degli stereotipi e delle aspettative del mondo.
«La bellezza della verità, è la libertà più grande che possiate regalarvi».
Ciao Ilaria, benvenuta tra le nostre pagine.
Iniziamo dal tuo esordio nella moda.
Già da teenager hai mosso i tuoi primi passi in questo mondo, ottenendo da subito un grande successo; poi il podio al concorso di Miss Italia 2007. Vuoi raccontarci come hai affrontato questa avventura? Che sensazioni hai provato e come ti rivedi oggi a distanza di anni?
Felice di questa chiacchierata!

Miss Italia è un’esperienza che mi ha dato molte opportunità. Se per alcune delle concorrenti è l’esordio sotto i riflettori, per me è stata una svolta personale e professionale, perché già lavoravo come modella, ma per la prima volta ho esperito le emozioni e l’adrenalina che il mondo dello spettacolo regala. Molte amicizie nuove e una “nuova partita”: il podio al concorso ha segnato il mio rientro in passerella.
Dopo il periodo di break per giocare a basket in serie A — che mi ha temprata e insegnato a impostare obiettivo/sacrificio/lavoro — ho capito che volevo provare altro, che la moda mi mancava; vincere quella fascia mi ha permesso di girare il mondo e rinnamorarmi della passerella.
Quali difficoltà deve affrontare una donna oggi per affermarsi?
La prima fra tutte, il peso delle aspettative altrui, in una società ancora estremamente patriarcale. Me ne sono resa conto diventando mamma del mio piccolo Lorenzo: non basta studiare più degli altri, lavorare meglio. Non basta fare le nottate al pc per esser presa sul serio come professionista. Una donna, ancora più se bella, fa fatica a imporsi per il suo talento. Se poi è anche moglie e mamma, l’avere ambizione diventa “aver grilli per la testa”, l’avere una carriera si trasforma in egoismo. Credo ci sia ancora molto da fare sotto questo punto di vista. Talvolta mi capita di arrivare a una riunione con un nuovo cliente che subito mi chiede, “aspettiamo qualcuno?”. Seppur possa far sorridere, è disarmante.

Oggi sei un’imprenditrice nel settore della comunicazione, ti definisci Creator Digitale e metti ogni giorno in campo i tuoi studi accademici. Come dovrebbe essere la comunicazione del futuro? Quali caratteristiche dovrebbe avere per essere di valore?
Parlo spesso di Comunicazione Responsabile, perché credo fortemente nell’urgenza di tornare a un’etica del comunicatore e al merito delle fonti solide. C’è bisogno di una comunicazione di valore che informi, ispiri e faccia da modello. La democratizzazione e disintermediazione della produzione dei contenuti, così come l’allargamento dei canali con i quali si condividono, remano invece dalla parte opposta, facendo perdere la percezione di veridicità di quanto si veicola.
C’è molta confusione tra comunicazione di valore e comunicazione ruffiana “acchiappalike”: dalle fake news ai titoli urlati, dalla mancanza di remore degli hater al potere degli stakeholder di demolire aziende per semplice cruccio. Dai racconti fake di vite perfette allo spettro del non sentirsene all’altezza.

Sempre più una via senza ritorno. Dovremmo invece comunicare meno, ma promuovere modelli positivi, reali, ispirazionali e utili alla società. Questo è ciò che manca oggi. Ed è l’unica strategia che reputo vincente.
Il tuo impegno nella lotta contro il body shaming è ammirevole, sei un esempio per le giovani donne aspiranti modelle. Come dovrebbe essere l’ambiente della Moda per essere sano?
È stato molto bello toccare con mano la vicinanza e la solidarietà delle mie ex colleghe. “Prima o poi qualcuna doveva dirlo”, è la frase che più di tutte evince condivisione. Il mondo della moda, come quello della comunicazione, è alla bulimica ricerca di novità: corre troppo veloce, vuole sembrare sempre wow, ma sta perdendo il senso di come nasce. La moda è arte, l’arte di indossare un abito e sentirsi al massimo, mostrare se stessi, la propria individualità. Trovo che tutto si stia appiattendo, che l’esaltazione delle qualità individuali dei corpi e delle personalità siano ormai demonizzate. Che lo stereotipo dell’anonimo e del genderless sia ormai troppo ingombrante, se non discriminatorio, rispetto alla femminilità e alla mascolinità innate con le quali s’interpretavano i capi. Penso che si dovrebbe fare un passo indietro per andare avanti, tornando a esaltare la salute e le peculiarità dei modelli in passerella, così come nella società: l’unicità di ognuno. Solo così il messaggio ispirazionale che la moda veicola tornerà ad avere senso, nella coerenza di un mondo che da sempre è lo spaccato della società e al tempo stesso la determina.
Nel tuo profilo Instagram scrivi: «La bellezza della verità, è la libertà più grande che possiate regalarvi». È un pensiero molto profondo, ti va di approfondire il concetto?
Siamo cresciuti in un racconto perfezionato e veicolato da noi stessi. Pensiamo alla foto del cv, se non a quella del profilo social e così via. Sembra non ci sia più spazio per il difetto, per la debolezza, per l’umanità. Ho detto basta a questa standardizzazione già non aderendo più agli stereotipi malsani per sfilare in passerella. Credo che il problema sia generale. Che questa continua ricerca di perfezione come promessa di felicità, altro non è che una condanna all’infelicità. Ho detto basta e mi sono liberata di complessi e inutili paturnie che non hanno senso d’esistere, razionalizzando e relativizzando un inutile stato d’insoddisfazione che vedo in tutti coloro che mi circondano. È stata una scoperta, una rinascita, e sono fiera di aver raggiunto questa consapevolezza, seppur dopo anni di sofferenza.
Sei stata una giocatrice professionista di pallacanestro, in serie A. Com’è nata questa tua passione? Ami ancora “dilettarti” con qualche tiro nel tuo tempo libero?

Il basket non è solo uno sport, ma uno stile di vita, una scuola di vita. La mia famiglia è fatta di ex giocatori (mio padre è tuttora nella rosa della nazionale italiana over 65). Lo sport mi ha insegnato a vivere, a confrontarmi con i miei limiti, a rispettarli e a superarli con il duro lavoro. Grazie a questo modus operandi mi sono laureata a pieni voti, ho imparato un mestiere al meglio del mio potenziale e non smetto mai di voler migliorare. E sì, qualche partitella al campetto di Parco Sempione ogni tanto me la concedo…
Sempre con più vigore si sente parlare del rapporto dei bambini con lo sport: perché è così importante farglielo scoprire sin dalla prima infanzia?
Lo sport è disciplina. Quello di squadra è relazione. Imparare le dinamiche di gruppo, il rispetto dei ruoli, la condivisione di vittorie e sconfitte, la solidarietà coi compagni, l’appartenenza a una piccola famiglia. Niente è come lo sport.
Sei un brillante mix di passioni, valori sociali e bellezza. Di certo una combinazione forte che ti ha condotta a essere la persona di oggi. Ma qual è la chiave del successo secondo te?
È il non sentirsi mai arrivati; la curiosità e la tensione che muove a migliorarsi, a formarsi, a dialogare con gli altri e a dare spazio all’ascolto. Mi sento in continua evoluzione, e credo sia una fase della vita in cui riconosco di più il valore dell’umiltà e del voler migliorare sempre. Non solo me stessa, ma anche il mondo intorno a me.
Hai un bimbo di due anni, Lorenzo. Cosa vuol dire per te essere mamma?
Scoprire l’amore incondizionato e la responsabilità per un altro, al di fuori di sé, è l’evoluzione più grande che abbia percepito nella mia crescita personale. Allargare il tiro delle mie scelte e delle mie azioni, non solo per il presente che vivo ma anche per il futuro che vivrà mio figlio, è un’apertura mentale di una potenza infinita.
Quando nasce un figlio, rinasce la madre. E lo ringrazierò sempre per avermi “ridato” la vita.
