sabato, Settembre 5, 2026

Il famigerato Algoritmo… 

Salverà il mondo o sta esiliando il nostro cervello “in cantina”?

Ammettiamolo dai: non sono ancora arrivati i robot domestici nelle nostre case ma non se ne può già più. Sfogliate un giornale, fate zapping in tv, gironzolate per i Social? AI dappertutto. È ormai un’ossessione collettiva. La mia dolce, arzilla e anziana mamma l’altra settimana mi ha fatto vedere l’immagine di un suo amico (ultraottantenne) nei panni di un centurione romano. Una immagine che lei mi esibiva con la vezzosa superbia di chi non si arrende al progresso, spiegandomi con caustico sorriso, che era realizzata con l’AI. 

È ormai una specie di psicosi collettiva, promossa in primis da decine di personaggi in felpa col cappuccio che, pur fatturando più del Pil della regione Abruzzo (beati loro), vendono fondamentalmente aria fritta digitale, o se preferite “spicy autocomplete”, come scriverebbero quelli bravi.

L’intelligenza artificiale (pur se a livelli basici) si è ormai pandemicamente diffusa ovunque nel nostro tessuto sociale. È la nuova dieta Dukan, e sta al progresso come il Padel sta oggi al Tennis. Un teorico valore aggiunto, assimilabile a quello che raggiunse il lievito madre ai tempi del lockdown

Chi oggi ancora non la utilizza per ogni cosa, è un neandertaliano la cui comunicazione è ferma ai graffiti rupestri. Appello all’italica specie: l’AI prima di tutto (va ben precisato) non è la Bibbia ma un software che ha letto tutto l’internet, inclusi i commenti insulsi e livorosi presenti in www.gattinoglitterato.com e www.lericettedimianonna.org, presenti su Facebook già dal lontano 2009. E ora che ha fagocitato tutto, questo software mangione gioca a fare il saputello.

In realtà l’AI non “pensa”, non ha epifanie. Non si sveglia la mattina con l’angoscia esistenziale o la voglia di un cornetto alla crema. L’AI non conosce il dolore di un mignolino sbattuto contro lo spigolo, e neppure il graffione della tua gattina quando la fame la rende posseduta da Satana. L’intelligenza artificiale a uso nazional-popolare è solo banale applicazione della statistica a cui è stato aggiunto il vestito da festa. È un mostriciattolo bugiardello che mastica probabilità. Gli chiedi una lettera d’amore? L’AI calcola quale parola ha più probabilità di seguire dopo “Tesoro” basandosi su miliardi di testi scritti da gente che, nella maggior parte dei casi, ha già divorziato male o prova godimento nel seguire Temptation Island. Risultato: un romanticismo asettico con il sapore della plastica (… e di data center surriscaldati).

La grande paura: “Presto l’AI ci ruberà il lavoro!”. Calma, calma, prendete fiato. Se il vostro lavoro può essere sostituito da un algoritmo che ogni tanto sbarella al punto di assicurarvi che Napoleone ha vinto a Waterloo perché aveva i droni, beh, forse qualche domanda dovreste farvela.

Il vero problema al momento non è l’AI che possa diventare troppo intelligente, ma siamo noi che stiamo diventando sempre più pigri. Stiamo delegando il pensiero critico e creativo a una scatoletta nera che conosce il termine “sarcasmo” solo per spiegarci l’etimologia della parola. Non mi credete? Provate a fare una battuta sottile a un chatbot: vi risponderà attraverso un noioso elenco puntato, spiegandovi analiticamente perché la vostra ironia viola i termini di servizio sulla sicurezza. 

Qualcuno va oltre e la chiama persino intelligenza “Generativa”, quando in realtà al momento riesce a generare testi che al massimo sembrano scritti da un modesto burocrate sotto l’effetto di due canne e un antidepressivo. Non parliamo poi di quando genera dei video.

Nonostante l’evidenza, i guru del marketing gridando (furbescamente) al miracolo, ci dicono che siamo giunti alla quarta rivoluzione industriale. Personalmente ritengo che questa sia invece la prima rivoluzione in cui la macchina non lavora per noi, ma al contrario siamo noi a lavorare per far sembrare la macchina meno stupida di quello che al momento ancora è. Spendiamo ore su ore a scrivere e riscrivere prompt complessi e lunghi quanto la Divina Commedia, per ottimizzare un riassunto di tre righe che avremmo realizzato in minor tempo e meglio scrivendocelo da soli.

Non parliamo poi della distonia ridicola tra la scarsa capacità di comunicare che hanno molte persone e la tecnica espressiva quando scrivono per tramite dell’AI, completamente artificiale, dotta, quasi accademica. 

Sia chiaro: l’AI rimane comunque utilissima. Ad esempio, può analizzare milioni di biopsie in un secondo; ma vederla applicata nei giochini grafici collegati alla superficialità del mondo social è come riuscire a riprodurre perfettamente il volto di Gesù attraverso la Sacra Sindone, per divertirci poi a fargli fare soltanto i sorrisetti animati.

Conclusione? Accogliamola pure per la parte seria, ma non temiamo questa AI. Il giorno in cui l’AI scriverà un articolo capace di farci arrabbiare davvero, o di farci ridere a mascelle spalancate con cinica ironia, allora potremo iniziare a preoccuparci. Per ora, abbiamo solo un tecno-pappagallo molto costoso.

A proposito: se questo articolo vi sembra troppo coerente per essere stato scritto da un umano stressato (come me), sappiate che ho dovuto sistemarlo tre volte perché il correttore automatico (AI) voleva sostituire caustico con custode. L’intelligenza è ancora tutta nostra fortunatamente. La stupidità di molti, invece, oggigiorno si comprende bene che la si sta appaltando all’AI, e con notevole successo aggiungerei.

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