C’è un rosso che in Europa si può mettere soltanto sotto le scarpe.
Non sto scherzando: è una sentenza. Il 12 giugno 2018 la Corte di giustizia dell’Unione Europea si è pronunciata sulla causa C-163/16, Christian Louboutin contro un calzaturificio olandese che vendeva décolleté con la suola dello stesso colore.
È una curiosità interessante: nessuno può registrare “il rosso”, perché nessuno può sottrarre un colore a tutti gli altri. Si può però registrare quel rosso, in quel punto preciso della scarpa, identificato da un codice.
Ed è lì che capiamo quanto un colore può essere concreto.
Le tinte con una data di nascita
L’azzurro di Tiffany è Pantone 1837, e il numero non è un codice scelto a caso: è l’anno di fondazione della casa. Compare nel 1845 sulla copertina del catalogo, e da allora non si è spostato di una sfumatura. È un Pantone realizzato su misura: non lo puoi ordinare e non esiste altrove.
Ma non sempre i colori di successo sono stati scelti a tavolino. L’arancione di Hermès infatti non l’ha scelto nessuno. Le scatole della maison erano beige, in finta pelle di cinghiale; poi passarono al color senape. Durante la guerra il cartone cominciò a scarseggiare: il beige sparì, il senape anche, e l’unico ancora reperibile era l’arancione. Lo presero perché non c’era altro.
Due fra i colori più riconoscibili del mondo hanno storie opposte, uno che nasce da una scelta d’identità, l’altro da un magazzino vuoto, ma entrambi hanno qualcosa in comune: sono diventati simboli inequivocabili.
Quando diventa una guerra
Nel 2016 l’artista Anish Kapoor ottiene i diritti esclusivi per l’uso artistico del Vantablack, un materiale che assorbe il 99,96 per cento della luce: il nero più nero mai prodotto, su cui l’occhio non riesce più a leggere alcuna forma. Un oggetto rivestito sembra un buco ritagliato nella realtà. Da quel momento, per contratto, un solo artista al mondo può usarlo.
La risposta arriva da Stuart Semple, che mette a punto il rosa più rosa del mondo e lo vende a chiunque per meno di quattro sterline, a una condizione: dichiarare all’acquisto
di non essere Anish Kapoor. Kapoor se lo procura lo stesso e pubblica la fotografia di un dito medio immerso nel pigmento.
È una vicenda comica che dice una cosa seria: un colore non vale per quello che è. Vale per chi ne resta fuori.
Il colore però esiste solo quando esiste la luce
Tutte queste tinte hanno un difetto in comune: non esistono finché non c’è una luce che le mostri.
La scatola arancione fotografata sotto il sole di mezzogiorno non è la scatola arancione; sotto il neon di un parcheggio, ancora meno. Il colore non è una proprietà dell’oggetto: è un accordo temporaneo fra tre elementi fisici: l’oggetto, la luce che lo illumina e l’occhio che guarda.
Per questo esiste ad esempio Pantone, che non è un dettaglio da grafici. Pantone non crea una cartella di tinte, ma una lingua studiata a tavolino perché un colore potesse viaggiare senza cambiare identità lungo la strada. Se in questa rivista trovi una pagina in cui un arancione sembra più acceso di tutto il resto, non è un’impressione: le quattro tinte della stampa (ciano, magenta, giallo e nero) non arrivano a certe tonalità, e allora si aggiunge una lastra con il colore già mescolato a parte.
Come si fotografa un colore
Quando vogliamo catturare il colore quindi, che sia per stamparlo o per riprodurlo digitalmente, non è così semplice. Portare a casa il colore che abbiamo visto non è quasi mai solo questione di apparecchiatura fotografica, ma piuttosto di luce e tecnica.
Alcune accortezze possiamo memorizzarle, nel caso in cui ci capiti di dover comunicare un nostro prodotto in futuro:
- Il bianco decide tutto. La fotocamera deve indovinare quale sia il bianco della scena. Se c’è una dominante forte — una parete calda, la neve, le luci di un negozio — indovina male, e si porta dietro tutti gli altri colori. Se interpretiamo una parete color senape come bianco, tutti i colori risulteranno poi più freddi di come lo sono realmente. Dunque, inquadra qualcosa di neutro, un foglio, un muro chiaro, una camicia, segna il punto di bianco, e procedi.
- La luce mista è una trappola. Quella che entra dalla finestra è fredda e vira all’azzurro; quella di una lampadina di casa è calda e vira all’arancione. Con una fonte sola il telefono si regola e non te ne accorgi nemmeno. Con due deve sceglierne una, e l’altra resta sbagliata: ti ritrovi un lato del viso azzurrino e l’altro arancione, e una pelle che non ha più un colore credibile. Non si corregge dopo, perché le due dominanti convivono nello stesso fotogramma e sistemarne una peggiora l’altra. Si risolve solo prima di scattare: spegni la lampadina, o chiudi la tenda. Una luce sola, qualunque sia.
- Guarda cosa c’è intorno. Un oggetto appoggiato su un piano rosso prende sempre un po’ di rosso, e vale per qualsiasi superficie colorata lì vicino. Se il colore è il soggetto, mettilo su un fondo neutro.
- Se puoi, scatta in RAW. In JPEG il colore lo decide il dispositivo nell’istante dello scatto, e quella decisione non si annulla più. In RAW o ProRAW invece hai la possibilità di cambiare quella decisione, anche il giorno dopo.
E una regola che vale più di tutte: non giudicare un colore su uno schermo. Luminosità automatica, tono adattivo e modalità notturna cambiano quello che vedi, non quello che c’è nel file. Se devi decidere, disattivali e guarda alla luce del giorno: è lo stesso motivo per cui le prove di stampa si valutano vicino a una finestra e non sotto un neon.
Louboutin ha vinto la sua causa, e il rosso che ha vinto è un numero depositato in un registro. Quello che vediamo noi però è un accordo provvisorio fra una suola, una lampadina e un occhio: basta cambiarne uno perché quel colore sia profondamente diverso. E nella nostra comunicazione digitale, questo può rendere poco chiaro il nostro prodotto.
Quindi si, i colori in un certo senso sono in vendita, ma la luce che lo rende visibile non l’ha ancora registrata nessuno.
