lunedì, Settembre 7, 2026

Heath Ledger, l’oscar postumo

La cerimonia degli Oscar è appena finita e dunque su questo mi voglio concentrare. Non sui premi di quest’anno, ma sulle considerazioni a posteriori, sulle leggende emerse negli anni, sui premi postumi, su ciò che rimane indelebile. Quindici anni sono passati ormai, eppure, quando cala il sipario della cerimonia degli Oscar, è sempre il 22 Febbraio 2009, è sempre il giorno in cui Heath Ledger ha vinto l’Oscar come miglior attore non protagonista, senza poterlo mai ritirare.

Scrivere questo articolo è diverso. Sono triste. Sembra di scrivere su un amico che non c’è più. Heath non ha avuto una carriera longeva alle spalle, è semplicemente stato un colpo di fulmine per tutti. Un talento cristallino, che emanava luce a prescindere e che non ha avuto la fortuna (o sfortuna) di guardarsi allo specchio un lunedì mattina qualunque e ammettere: “È giunto quel momento, il tempo è passato anche per me”.

Ha semplicemente convinto tutti in breve tempo. E si è fatto amare in breve tempo. Sin da 10 Cose che odio di te nel 1999, commedia d’amore e rifacimento in chiave moderna dell’opera La bisbetica domata di Shakespeare, ci è sembrato un tipo in gamba. Semplicemente giovanile, australiano, ameno. 

Ma è con Il Patriota e soprattutto con Il destino di un cavaliere che forse tutti ci siamo resi conto che avremmo parlato a lungo di questo ragazzo, ignari che le vie del cosmo non sempre sono di facile comprensione. 

Parlo a cuore aperto: Il destino di un cavaliere è un’altra commedia brillante, in epoca medioevale, senza grosse pretese, eppure mi ritrovo una volta all’anno a vederlo. Sarà per questo morboso affetto che provo per l’attore, o forse perché dà una carica motivazionale quando si sentono i propri sogni vacillare. In breve, Will è un povero scudiero che, truccando le carte di iscrizione e i titoli di nobiltà ai tornei dei cavalieri, riesce a conquistare la fama e a mantenere la promessa fatta al padre: diventare un cavaliere nonostante le umili origini. Da bambino, la prima volta che l’ho visto, ho imparato che impossibile è utopia, è relativo. Impossibile è nella nostra mente. Me lo ha ricordato anche nei Segreti di Brokeback Mountain, un film coraggioso che parla di un amore omosessuale tra due cowboy, e Ennis (Heath Ledger) è pure omofobo. Qui, Heath addirittura si supera. È prossimo alla maturità come attore. 

Me lo ha ricordato anche nel Cavaliere Oscuro di Nolan, nei panni di Joker. Questo film è uno spartiacque. Un groviglio di leggende e considerazioni a posteriori che rendono tutto ancora più complesso da accettare. Chi ha lavorato con lui per il film, racconta di un livello di immedesimazione tale che ha rasentato la pazzia. Heath, per mesi, si è rinchiuso in una camera d’albergo a guardare film horror e leggere noir. Il tutto per entrare meglio nella parte. Il risultato l’ha consegnato alla storia con un Oscar. Una recitazione rara. Vedere per credere. 

Si ha la sensazione di non capire fin dove c’è la recitazione e dove inizia la psicologia ormai deviata dell’attore. Christian Bale, che nel film interpreta Batman, rincara la dose. In un’intervista ha raccontato di non aver mai visto una recitazione simile, portando ad esempio la scena dell’interrogatorio. Heath Ledger, per rendere più credibile la scena, ha chiesto a Christian Bale di picchiarlo veramente. L’attore che interpreta l’eroe di Gotham ha tentato di desistere, finché Heath ha iniziato a insultarlo pesantemente. E quando gli ha rifilato il primo pugno, con il sangue alla bocca Heath si è messo a ridere e ha chiesto colpi più forti. Christian Bale racconta di essere stato convinto di avere veramente davanti il Joker. Leggenda vuole che persino Jack Nicholson, uno degli interpreti più iconici del villain travestito da clown, l’abbia avvertito circa il rischio di quel ruolo.

E così è stato. Cocktail di farmaci, trovato morto alla fine delle riprese. Una morte inaspettata. Una morte ingiusta. Ingiusto vedere un bel ragazzo solare e dal talento smisurato dover lasciare questo mondo con la rutilante follia del Joker stampata nell’anima, prima di potersene accorgere. L’Oscar postumo è una magra consolazione. Ma la cosa più importante è aver insegnato, anche se solo a un bambino, a credere che nulla è impossibile.

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