Artista
«Non si può dipingere la velocità, né l’effetto casuale della spinta data dallo sparo».
A cura di Andrea Gironi
Benvenuto Gabriele. C’è un momento preciso in cui ha sentito l’impulso di esprimere il suo essere attraverso l’arte?
Posso dire di aver avuto una vocazione artistica sin da bambino. Ero affascinato dalle immagini, dalle forme particolari. Amavo lavorare la terracotta, la creta, e disegnavo ovunque. Mi ritrovavo spesso tra cavalletti, quadri, colori, materiali, perché mio papà è pittore come lo era mia zia.
Ma c’è stato un momento fondamentale. Avevo circa 10 anni, e un mio coetaneo di Milano mi disse: «mio papà ha comprato un quadro con un taglio sopra». Rimasi folgorato dal fatto che ci potesse essere un’opera con un taglio sopra, e che la presenza del taglio fosse arte. Avevo appena scoperto Fontana. Da lì la mia ricerca artistica è proseguita negli anni per arrivare a un ragionamento che si spingesse oltre lo spazialismo.
Un altro momento folgorante c’è stato anni dopo quando mi trovai davanti all’Urlo di Munch: un fantasma che si eleva dalla strada, un’anima che si stacca dall’uomo. Quell’immagine mi ha dato il senso della spiritualità ed è rimasta nel mio subconscio fino a La Porta dell’aldilà: un taglio codificato e ragionato che riprende quella forma un po’ umanoide, simile a un fantasma, e che definisce il confine ultimo dello spaziotempo.
Lo spaziotempo, uno dei concetti chiave della sua arte. Può spiegarci la sua idea?
Sono cresciuto credendo in Dio e nell’immortalità dell’anima. Nel mio lavoro cerco quindi qualcosa di più grande, l’autore dell’universo, una volontà generatrice. Un creatore che ci ha dato la vita. Un concetto fondante che ho trovato con La Porta dell’aldilà e più tardi con il Big Bang. La Porta dell’aldilà è stata la base per superare la soglia dello spaziotempo, il mondo che conosciamo. Averla fatta artisticamente prima, mi ha permesso di capire che dovevo attraversare quella porta per elevarmi al di fuori della materia e agire come forza generatrice: la creazione del Big Bang avviene dall’aldilà, attraverso un colpo di fucile nel mondo materiale.
Nella ricerca artistica c’è profondità, non basta avere un’arma e sparare. L’arma è il mezzo necessario per generare spinta e velocità al colore.
Il Big Bang è una delle sue più recenti intuizioni: creare bellezza da un colpo di fucile. Quali sono i significati profondi di questo gesto?
Quell’esplosione sulla tela è come tornare indietro di 13,8 miliardi di anni fa, quando un’esplosione primordiale ha creato lo spazio e il tempo. Il momento in cui Dio decide di dare la vita, l’inizio a tutto ciò che esiste. Ogni opera rappresenta un istante successivo generato dalla “visione” del proiettile.
Quando guardi quell’istante impresso sulla tela, a un certo punto raggiungi coi tuoi occhi il centro e trovi un buco, quello da cui è avvenuta l’espansione. In quello spazio c’è una volontà suprema di creazione. C’è il mistero della vita.
Come si progetta un’opera così?
L’arma è vera, serve concentrazione e grande attenzione ai particolari. Quando schiaccio il grilletto, creo la spinta dalla canna del fucile e l’esplosione della cartuccia. Il piombo corre dentro la canna liscia del calibro 28 a 500 m/s: in pochi millesimi di secondo colpisce il colore sospeso a qualche centimetro dalla tela e crea questo universo esploso, per poi finire la sua corsa contro un supporto.
Prima di sparare impiego ore a fare i calcoli. Considero la distanza del colore dalla tela e dalla canna del fucile, l’inclinazione dello sparo, la quantità di polvere nella cartuccia, la temperatura dell’ambiente. Quasi mai sparo un solo colpo. Servono più esplosioni che si stratifichino una sull’altra per creare l’abisso della profondità, quello che vedi quando osservi l’universo con un telescopio. Una cosa così non si può dipingere. Non si può dipingere la velocità, né l’effetto casuale della spinta data dallo sparo.
In un nostro recente incontro [A tu per tu, Settembre 2024] ci ha raccontato della sua ricerca. Qual è il suo approccio? Quali sono i suoi progetti attuali?
Penso a Fontana a quando ha fatto quel taglio: sembra una cosa veloce, ma per immaginarlo, per capire cosa servisse alla sua idea, ha dedicato anni di studio e di sperimentazioni. Nel mio caso ho sperimentato diverse tecniche per arrivare a capire che l’arma da usare è un calibro 28 e la juta è la tela perfetta per tenere il colpo, perché non si taglia ma si buca. Ora sto facendo esperimenti sull’alluminio e ho scoperto che sparando si curva. Non ho più un buco piatto, ma uno a forma conica che per me rappresenta la curvatura del tempo nell’arte — cosa molto interessante perché segue la scienza contemporanea.
Sto facendo altri esperimenti sull’acciaio, sulla quercia antica, sulla ceramica. Ecco, con questa ho creato l’ultima opera che si intitola Tunnel quantistico, nome legato al corridoio che si va a creare. Prendo un blocco di ceramica bagnata (non ancora cotta nei forni), e sparo su questo blocco che poi si apre creando un corridoio. È emozionante come un colpo di fucile possa scolpire la materia.
Cosa rappresenta il tunnel quantistico nella sua arte?
Per me è il tunnel di collegamento tra due mondi. A livello metaforico rappresenta una sorta di passaggio che dà la possibilità di entrare in un’altra dimensione. Potrebbe essere l’aldilà, come potrebbe essere un collegamento tra universi… Chi lo sa. Però lì c’è qualcosa di nuovo che è nato e fa comunicare due mondi diversi. Ricorda un po’ l’entanglement quantistico, quella sorta di collegamento tra particelle lontane che comunicano anche a un miliardo di chilometri. Certi fenomeni li scopro nell’arte, e solo dopo vedo che la fisica quantistica assegna loro un nome. In questo senso credo che l’artista debba essere un innovatore, qualcuno che sta avanti al suo tempo.
Rivedendo la sua arte, il suo percorso è passato dalla pittura espressionista e astratta, ai collage di oggetti quotidiani, fino alle sculture materiche e a La Porta dell’Aldilà, dove la materia sembra aprirsi per lasciare spazio allo spirituale. Qual è il filo che lega queste fasi e come l’ha portato alla “nascita dello spaziotempo” nella serie Big Bang?
Io ho sempre cercato Dio, come dicevo all’inizio. Per trovarlo sono dovuto passare attraverso tutte queste fasi, fino a pormi un giorno una domanda semplicissima: come posso fare per essere il primo a creare lo spaziotempo nell’arte? Nel lavorare alle mie opere io ero sempre dentro lo spaziotempo, in questo nostro mondo. Per fare il Big Bang sono dovuto andare nell’aldilà, oltre il concetto della materia, e da lì, ho premuto il grilletto verso la tela vuota per generare lo spaziotempo.
È come se io fossi morto e dall’aldilà, potendo ancora pensare, abbia creato la mia opera.
Come è nata l’intuizione?
Il professor Philippe Daverio, il mio mentore, ha sempre creduto in me. Un giorno disse una frase molto interessante: «Maquignaz è l’unico al mondo che ha trovato l’attimo prima dell’esplosione». In quel momento non avevo ancora creato il Big Bang. Dopo la sua scomparsa, ripensando a quella frase e collegandola alle mie ricerche, mi è venuta l’intuizione alla base dell’opera. Non so dire bene come. Devo molto anche alla spiritualità del monte Cervino, questa piramide perfetta, meravigliosa, potente.
Le mie intuizioni sono nate tutte qui, e i primi quadri li ho fatti tra la neve delle sue pendici, in uno dei luoghi visitati e amati da Papa Wojtyla.
Prima si è parlato di Fontana. Cosa vi lega?
La ricerca su Fontana è stata fondamentale. Con quel taglio lui aveva creato un nuovo spazio nella storia dell’arte e io, venuto dopo di lui, dovevo andare oltre per trovare una mia dimensione: quando c’era lui si guardava ai viaggi nello spazio, oggi parliamo di fisica quantistica, quindi è lo spaziotempo il concetto da cercare.
Fontana e gli altri spazialisti hanno posto le basi dell’arte contemporanea, mettendo ciascuno il proprio “mattone”. Io credo di aver messo il mio tornando all’inizio di tutto.
Siamo alla nostra domanda simbolo: il successo. Cos’è e cosa significa per lei?
Il successo non è un problema di un’artista. Perché un vero artista non cerca il successo, cerca la verità che vale più di ogni altra cosa. Il successo può essere per noi una conseguenza di un lavoro importante fatto, però non si deve lavorare per quello, si deve lavorare per creare qualcosa in cui si crede e che rimanga nel tempo anche per gli altri.
