giovedì, Giugno 20, 2024

From, catartico e ineluttabile

I prodotti cinematografici che hanno come comune denominatore la sopravvivenza, siano essi horror o apocalittici, film o serie tv, che ci piaccia o no sono ormai nella nostra quotidianità. Possiamo trovarne un trailer o una locandina sulla pagina di un social, su un cartellone pubblicitario o sulla rassegna dei film prima dell’inizio dello spettacolo al cinema, con la stessa facilità con cui ci prepariamo il caffè. Insomma, le storie che creano estrema tensione sono sempre più apprezzate. Ma perché? 

Perché il pubblico trae piacere dall’esporsi a qualcosa che fondamentalmente crea disagio? Si può parlare di paradosso? Eppure, From, serie tv horror fantascientifica, ci conferma ancora una volta che è così.

Siamo negli Stati Uniti, dove non si sa, ma quanto basta per chiederci “cos’hanno fatto di male i cittadini americani anche stavolta?”. Un po’ come quando all’ennesimo episodio della Signora in Giallo ci chiedevamo “ma non vedi che sei tu che porti sfiga?”. Sembra l’ennesimo déjà-vu. 

From riporta alla memoria I segreti di Twin Peaks e Wayward Pines e, per alcuni motivi, anche The Village (giusto per citare i più celebri). L’Arenaè un piccolo villaggio autogestito dove si può entrare, ma non si può uscire. Il Guardianodella soglia, cioè il personaggio o l’oggetto che porta i protagonisti a passare dal mondo ordinario a quello straordinario, sembra essere un tronco in mezzo alla strada. Premonitore, a posteriori, di un incidente. Vi dice nulla ora? Sì, il setup è il medesimo. Questo giro però la vittima dell’inganno è una famiglia. Uno dei quid in più che questa serie offre, a livello di struttura della sceneggiatura, è il dubbio amletico: chi caspita è il protagonista? 

Questa famiglia infatti sembra avere meno appeal della pineapple pizza per un italiano. Ad avere uno sviluppo come personaggi, sono ben altri. Quasi a sottolineare che non vi è un unico protagonista, lo sono tutti. Un po’ come si era già visto in Lost, che condivide peraltro i medesimi produttori. 

Dicevamo, la misteriosa collocazione del villaggio non è tutto. Uscirne è l’ultimo dei problemi, sopravvivere è il primo. Al calar del sole Boyd, uno sceriffo improvvisato, passa per la città con una campanella a sancire l’inizio del coprifuoco. In questo villaggio c’è una sorta di loop spaziotemporale — simile al concetto del Triangolo delle Bermuda — motivo per cui non sembra esserci traccia della sua esistenza. Infatti, non c’è la guerra civile o un’invasione aliena, il motivo del coprifuoco è ben più misteriosa: con il buio schiere di mostri dalle fattezze umane si aggirano per il villaggio per sbranare qualche malcapitato e ognuno di essi sembra provenire da un’altra epoca. La più grande spada di Damocle del villaggio. 

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Dunque, a tirar le somme, i problemi son tre: capire come quel luogo funziona e come uscire; fare fronte ai mostri; e confrontarsi con quelli interiori. Mantenere la mente lucida in un posto dove ci sono più domande che risposte, e dove una persona non sa se ne uscirà e soprattutto se sopravviverà, dev’essere davvero provante. L’unico che sembra essere a suo agio con questo status è Victor, un bizzarro signore con la sindrome di Peter Pan e, parrebbe, il più antico abitante. Almeno attualmente. Sa più di tutti gli altri messi insieme, ma collabora con loro meno di chiunque altro. Chi invece risulta indispensabile è Donna, a cui tutti si affidano e con cui chiunque empatizza, personaggio o spettatore che sia. 

Il villaggio non ha un capo eletto, ma ne ha due riconosciuti come tali: Boyd e Donna. Il primo è uno sceriffo dall’aria sicura che gestisce, perlopiù, la porzione di villaggio dove le persone scelgono di vivere in case singole. L’altra, Donna, una piccola wonder woman di terza età con il turpiloquio facile, che gestisce una casa spaziosa in cui le rimanenti persone del villaggio preferiscono vivere in comunità. Non c’è privacy, ma ci si sente meno soli — come biasimarli del resto. L’arrivo di un eccentrico riccone e un nuovo pullman creano ulteriore scompiglio a quella precaria organizzazione. 

L’estenuante prova di nervi a cui i personaggi devono badare ventiquattro ore al giorno è l’anima della serie. Una prova d’Ercole dove bisogna avere sempre la mente lucida. “It’s impossible”, direbbero tutti.“No, it’s necessary”, direbbe Cooper di Interstellar. Bisogna essere la miglior versione di se stessi, senza cedere allo sconforto. Per trovare le risposte, difendersi dai mostri e sopire i desideri suicidi. 

Noel Carroll nel testo The Philosophy of Horror or Paradoxes of the Heart, partendo dalla medesima domanda iniziale, propone una riflessione. Secondo Carroll, c’è un piacere cognitivo nel confrontarsi in tutta sicurezza con l’ignoto e l’aberrante, che esercita il suo fascino quando viene depotenziato dalla sua pericolosità. Dunque, la condizione essenziale per poterne fruire in modo piacevole è avere la sicura percezione della distanza tra la finzione rappresentata e la realtà. In conclusione, la scelta di From o qualsivoglia prodotto affine è il potere di esorcizzare la pausa, al punto da non sentirne più il peso: avere paura ora, per non averne più in futuro. Che in un momento storico dove guerre, epidemie e cambiamenti climatici non ci fanno sentire la terra sotto i piedi, non è cosa da poco. Purché, come dice Carroll, si abbia comunque ben in mente la distanza tra reale e finzione.

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