domenica, Settembre 6, 2026

Filip Babicz

[Si legge in 8 min. 56 sec.]

Dalle vette dei Monti Tatra alla maestosità del Monte Bianco, Filip Babicz incarna la fusione perfetta tra passione e disciplina. Alpinista polacco di fama mondiale, Babicz ha scelto l’Italia come base per le sue imprese mozzafiato, tra cui il record di velocità sul Grand Capucin in 49 minuti e il quarto concatenamento in solitaria delle quattro creste del Cervino, dedicato all’amico Kacper Tekieli. Questa intervista ci svela la sua filosofia, l’etica e la ricerca costante dei limiti umani che lo spingono sempre oltre.

Filip, grazie per questa intervista.

Le tue origini sono polacche, ma hai scelto l’Italia come base per inseguire la tua passione per l’alpinismo. Cosa ti ha spinto a trasferirti qui vent’anni fa? 

Sono nato e cresciuto in Polonia e la mia passione per l’alpinismo e per l’arrampicata sono nati già lì, ai piedi dei Monti Tatra — sono le montagne più alte della Polonia. Quando avevo 14 anni ho iniziato a praticare l’arrampicata sportiva e questa divenne il fulcro della mia vita nei 18 anni a seguire.  Quella di trasferirmi in Italia in realtà non è stata una decisione a tavolino, è capitato. In passato avevo già vissuto in Francia — Aix-en-Provence, vicino a Marsiglia — e la mia idea era di tornarci per fermarmi lì. Nel 2003 però, tra una gara e l’altra sono passato a Courmayeur. Avevo un certo legame con la struttura artificiale del Palazzetto dello Sport, da quando nel ‘99 avevo partecipato al campionato mondiale giovanile. Quella struttura mi piaceva tantissimo, così ho cercato un accordo con le guide alpine di Courmayeur — erano loro che gestivano la palestra, e lo fanno tuttora — che mi permise di avere un primo impiego e stabilirmi lì. Chiaro, i primi anni erano molto molto difficili, perché la Polonia non era ancora nella Comunità Europea, ma avere la possibilità di allenarmi su una struttura del genere e stare ai piedi del Monte Bianco, era davvero un sogno.

Cosa ti affascina particolarmente delle montagne europee? 

La facilità di accesso. Le Alpi sono una specie di laboratorio di alpinismo, un “campo scuola” se possiamo dire così. Le altre montagne, ad esempio Himalaya, Karakorum o Patagonia, le montagne più alte del mondo che ho visitato e scalato, sono bellissime, ma sono molto più difficilmente accessibili: quando vai in una spedizione il successo o l’insuccesso non dipende solo da te, dalle tue capacità e dalla tua preparazione, ma c’è una grandissima componente di avventura e fortuna per le condizioni che ti trovi ad affrontare, in particolare riguardo al meteo.

Nel tuo libro, edito da Rizzoli, racconti una vita dedicata alla ricerca di imprese estreme in montagna. Quando è nata questa tua naturalezza fuori dal comune nel vivere la montagna? 

Mio papà è una guida dei Monti Tatra e già da molto piccolo andavamo in famiglia a fare delle escursioni in montagna. Molto presto si è visto che avevo una passione e una dote in più per questa attività. Già a 10-11 anni facevo percorsi non turistici, in cui era necessaria una certa abilità. Questo immergermi da giovanissimo nell’attività ha contribuito alla mia naturalezza nel muovermi in montagna.  Per quanto riguarda le imprese estreme, invece, ci sono stati vari aspetti che mi hanno coinvolto. Sicuramente ha giocato un ruolo importante l’influenza dei grandi nomi dell’alpinismo, come Christophe Profit, Pierre-André Gobet, Ueli Steck, Kilian Jornet. Osservandoli e vivendo la mia vita, facendo le mie esperienze,  dopo anni di arrampicata sportiva sono tornato un po’ alle mie origini e all’attività che sto facendo adesso.

La tua ultima impresa lungo le quattro creste del Monte Cervino in un tempo totale di sole 7 ore 43 minuti e 45 secondi è stata una sfida ad altissimo coefficiente di difficoltà. Cosa ti ha spinto a intraprendere questa avventura?

Quando scelgo il mio obiettivo sono stimolato molto dall’estetica delle montagne o delle linee di scalata, ma anche dalla storia dell’alpinismo e dalle carte scritte dai grandissimi alpinisti. Il Cervino è sicuramente una delle montagne più famose e riconoscibili al mondo, e la bellezza e l’unicità di questa piramide naturale perfetta, mi ha portato a segnare un mio passaggio per le sue vie. Di solito quando si tratta di cercare i record, i concatenamenti non mi piacciono molto, perché ognuno può interpretarli un po’ come vuole. Nel caso del Cervino però la situazione cambia: il concatenamento delle quattro creste è già stato fatto sei volte prima di me ed è estremamente logico. Come ha detto Kacper Tekieli, “è un obiettivo evidente per ogni esteta della montagna. Un bellissimo prisma e le sue quattro creste principali: ti fa venire voglia di percorrerle tutte in un solo giorno”. Kacper è un mio connazionale, morto l’anno prima della mia ascensione. È stato l’ultimo a salire questo concatenamento prima di me e gli ho dedicato la mia performance. 

Hai portato a termine molte imprese sportive senza molto supporto tecnico e nel pieno rispetto dell’ambiente. Quanto è importante per te l’aspetto etico? 

L’etica e lo stile nell’alpinismo contano moltissimo da sempre. È un esempio Albert Mummery, quando cercò di salire per la prima volta un 4000 molto famoso sul massiccio del Monte Bianco, il Dente del Gigante. Arrivato a un certo punto della salita trovò una parete liscia sopra di sé e lasciò un biglietto con una frase famosissima: «Absolutely inaccessible by fair means»,  “Assolutamente inaccessibile con mezzi leali”. Piuttosto che sfruttare i mezzi artificiali per salire, ha deciso di rinunciare. Questa è una frase simbolo dell’etica dell’alpinismo. 

Lo stile cambia tutto e con il tempo le cose si possono fare in tanti modi diversi. Ma il “modo” cambia l’impresa. La salita degli 8000 metri dell’Everest, il 99% degli scalatori la fa con le bombole di ossigeno, ma chi la fa senza compie qualcosa di completamente diverso. 

Nelle mie salite di velocità ho un punto fisso: che queste ascensioni rimangano delle vere e proprie salite alpinistiche, senza facilitazioni, senza depositi di materiale o assistenza lungo il percorso. Se ti servono i ramponi per scalare il Cervino te li devi portare da casa, non è che li trovi ad aspettarti esattamente appena prima di entrare sul ghiacciaio. Questo conta, perché sarebbe un aiuto a livello di peso. 

Sono molti i rischi che accompagnano le tue avventure, come gestisci la paura e la consapevolezza del pericolo quando ti spingi oltre i limiti in montagna?

C’è una consapevolezza profonda del rischio e della conseguente paura. Come la gestisco? Preparando maniacalmente i miei progetti. Mi preparo talmente bene che poi mi sento anche abbastanza padrone della situazione. C’è una caratteristica della mia mente molto importante, il fatto di sapere che durante la performance, quando accenderò il cronometro, non guarderò intorno, sarò come un cavallo da corsa con i paraocchi, guarderò solo il risultato e mi spingerò veramente al massimo. In questo modo la mia attività diventa abbastanza automatica, i gesti saranno più naturali e il rischio limitato il più possibile.  Un altro aspetto importante per la gestione della paura è la visualizzazione, del gesto tecnico ma anche delle emozioni che accompagneranno l’impresa. Visualizzare mi fa vivere più e più volte le situazioni, mi prepara a gestirle.

Oltre all’impresa sul Cervino, ci sono altre imprese che porti nel cuore con un significato speciale? 

Vedo le mie imprese come un crescendo che da un’impresa porta a un’altra. Il mio livello psico-fisico cresce e inizio a immaginare l’impresa successiva. Tra le più significative, la scalata del Grand Capucin in 49 minuti, sul massiccio del Monte Bianco; poi c’è stata un’ascensione molto molto spinta e pericolosa del Gritstone in Inghilterra, dove ho scalato una storica via in solitaria; è stata la quinta salita in assoluto in 19 anni dall’esistenza della via, e sono stato il primo straniero ad averla percorsa, oltre a essere il primo senza assicuratore. Per anni quella via è stata nella mia mente simbolo di “una cosa che non farò mai”. 

Oltre all’alpinismo quali altre discipline scorrono nelle tue vene? 

Fin da piccolo ho avuto due grandi passioni: lo sport e la montagna. A 14 anni ho iniziato a praticare l’arrampicata sportiva che era un insieme di queste due grandi passioni. Quello che ho sempre fatto e che faccio ora, è un’esperienza assolutamente totalizzante, non c’è molto spazio per altro, soprattutto mentale. Faccio tantissime attività molto diverse tra loro, ma sempre nell’ambito dell’arrampicata. C’è la scalata su ghiaccio, bouldering (soprattutto nella versione highball), l’arrampicata sportiva, l’alpinismo, l’apertura di vie nuove, record di velocità, dry tooling, deep water solo. Tutte attività che faccio ad alto livello senza limitarmi a una singola passione. 

Perché vuoi spingerti sempre oltre? Cosa ti motiva a cercare costantemente nuove sfide al limite della tua capacità? 

È la mia passione e in questo che faccio, spingendomi sempre più in là, vedo una mia missione. Sono guidato, sono proiettato verso questa sfida di cercare dei limiti umani e i miei limiti, scalando le pareti e le vie famose, conosciutissime, bellissime, più velocemente possibile. La ricerca di quanto un essere umano, con i propri mezzi e i propri limiti, si possa spingere a scalare in velocità certe vie mi motiva tantissimo. È il motore che mi spinge a continuare. 

Come concili la tua immensa passione per l’alpinismo con le dinamiche familiari? Ed è difficile bilanciare la tua vita estrema con i tuoi affetti?

Come dicevo prima, la mia attività alpinistica, i miei obiettivi e i miei progetti mi proiettano veramente a spingermi oltre i limiti. È un’esperienza totalizzante in cui do tutto me stesso. È una scelta di vita, ma so che non è facile per le persone che mi stanno intorno. Il fatto che io rischi così tanto, per le persone che mi sono vicine, magari non guidate dallo stesso senso di missione che ho io, deve essere molto dura.  Però io ho un ottimo rapporto con i miei genitori e loro hanno fiducia in me e mi supportano in questa mia ricerca. Per quanto riguarda la vita sentimentale, penso che gli affetti siano molto importanti; cioè, siamo degli esseri con un bisogno naturale di avere delle persone vicine. Ma con un’attività totalizzante come la mia, soprattutto quando preparo un progetto, capisco sia davvero difficile. In quel periodo non esiste niente, non esiste nessuno intorno, io sono h24 proiettato nel progetto, io divento una parte di esso.

Quali sono i tuoi prossimi obiettivi? Ci sono nuove sfide all’orizzonte?

Ho talmente tanti progetti a cui tengo che so già che non li realizzerò mai tutti. È una ricerca continua che non finisce mai. Spesso poi succede che un progetto apra nuove porte e io scopra nuovi obiettivi.  Parlando di prossime “sfide” nello specifico, io non sono favorevole a rivelare i progetti prima della realizzazione, perché voglio essere totalmente libero, senza nessun tipo di pressione intorno. Preferisco tenerle nella mia riservatezza e pubblicarle soltanto una volta che sono realizzate.

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