Gli artisti non si limitano a rappresentare il mondo: lo reinterpretano, lo piegano, lo destrutturano per mostrarci prospettive nuove, insolite e spesso inaspettate. Questo mese vi presentiamo Felix Schramm (Amburgo, 1970), artista tedesco noto per le sue installazioni che invadono lo spazio e lo trasformano radicalmente. Il suo lavoro può considerarsi un intervento architettonico che rompe e ricompone gli ambienti, invitando lo spettatore a non osservare soltanto l’opera ma a diventarne parte. Il percorso formativo internazionale di Felix Schramm ha contribuito in modo decisivo alla definizione di un linguaggio artistico personale, che intreccia installazione, fotografia, collage e scultura, ponendo al centro della ricerca il tema dello spostamento, inteso come frattura spaziale, visiva e percettiva. Dopo gli studi all’Accademia di Belle Arti di Firenze, prosegue la sua formazione presso la Kunstakademie di Düsseldorf, dove entra in contatto con maestri come Jannis Kounellis e Walter Nikkels. A queste esperienze si affiancano residenze artistiche di rilievo, tra cui quella a Tokyo grazie a una borsa DAAD e il soggiorno presso la prestigiosa Villa Massimo a Roma.
Michael Biasi
Entrare in contatto con un’opera di Felix Schramm significa trovarsi di fronte a veri e propri organismi in espansione che penetrano lo spazio espositivo, lo deformano, ne spezzano le architetture, aprendo varchi inattesi. Cartongesso, legno, acciaio e materiali industriali diventano elementi costruttivi, in grado di destabilizzare e, al tempo stesso, rigenerare il white cube dello spazio espositivo.
I suoi interventi sembrano derivare da un evento catastrofico, visibile dai frammenti di pareti e soffitti devastati che si incastrano tra loro bloccando, in alcuni casi, anche il passaggio dei visitatori. Non si tratta di macerie abbandonate, ma di composizioni autonome che acquisiscono una propria forza scultorea: ciò che appare distrutto diventa nuova costruzione, mentre ciò che sembra crollato rimane invece in piedi, creando un senso di smarrimento nello spettatore che è chiamato a decidere il proprio percorso.

Un esempio emblematico è l’opera Collider (2007), allestita al San Francisco Museum of Modern Art. Qui, lo spazio museale e l’installazione stessa collidono: cartongesso, pittura, acciaio e legno hanno trasformato lo spazio generando l’illusione di un disastro appena avvenuto, dove la distruzione spaziale diventa a sua volta l’immagine di un preciso momento, di un frammento sospeso di tempo. Non a caso, critici e osservatori hanno sottolineato come Schramm non agisca solo sugli spazi ma anche sul nostro modo di percepire il tempo. Le sue opere evocano da un lato la staticità, la desolazione, dall’altro la trasformazione, le esplosioni improvvise, spostando continuamente il confine tra equilibrio e collasso.
Nelle sue mostre sembra che l’interno delle pareti fuoriesca dal muro, come se lo spazio intonso e apparentemente immacolato del museo o della galleria celasse al suo interno materiali e pitture non sempre visibili agli spettatori. Se volessimo cercare un parallelo pittorico, forse potremmo trovarlo nelle linee spezzate del cubismo: così come esse aprono nuove prospettive, anche le sculture di Schramm, che a un primo sguardo appaiono semplici e imperfette, rivelano nelle loro fratture l’emergere di volumi inediti. Alle opere su larga scala (Spatial Intersection), Schramm affianca collage nati da fotografie delle sue installazioni tridimensionali. E anche se i suoi lavori possono evocare rovine, tracce di catastrofi o intrusioni violente, dietro la loro drammaticità si rivela una logica di ricomposizione secondo cui senza frattura non può emergere un nuovo ordine.

La forza del suo lavoro risiede nella capacità di trasformare lo spazio in esperienza viva e partecipata; il visitatore è così coinvolto su più livelli —visivo, fisico ed emotivo — costretto a spostarsi, a cambiare prospettiva, a confrontarsi con la fragilità di ciò che appare stabile. Fotografie stratificate, accumuli di frammenti, materiali eterogenei, architetture spezzate concorrono a destabilizzare le certezze percettive e a ridefinire il nostro rapporto con l’ambiente che ci circonda.
Schramm non realizza semplici sculture, ma sistemi complessi di tensione, in cui i confini tra architettura, scultura e installazione si dissolvono. Il messaggio che possiamo cogliere è che la frattura non sia solo segno di distruzione, ma premessa per nuove possibilità formali e sensoriali.
Con le sue opere invita a superare i limiti della visione e ad abitare una dimensione in cui spazio e corpo, costruzione e rovina, ordine e caos si intrecciano in un unico organismo vitale.
Marta Previti
