mercoledì, Luglio 17, 2024

Eva Robin’s

Abbiamo incontrato Eva Robin’s a teatro: lei ti mette subito a tuo agio come se ci si conoscesse già da parecchio tempo, come fosse un’amica di vecchia data.

Innanzitutto, grazie per il tempo che ci sta dedicando. Partiamo subito con una domanda molto diretta: quali aggettivi userebbe per descrivere l’Eva Robin’s di oggi?

Sicuramente performer; schiva ma allo stesso tempo vanitosa, onesta e anche permalosa.

Quali sono le cose che più la emozionano?

Mi emozionano gli animali, le piante e le opere d’arte. Principalmente sono queste le cose che mi colpiscono.

Un personaggio come lei, spesso sotto i riflettori, ha dovuto lottare per i propri ideali in ogni ambito. Quali sono le maggiori difficoltà che ha incontrato?

Le difficoltà… sa che non me ne sono mai resa conto? Magari per molte donne è stato più facile, però grazie a Dio sono arrivata fino ad oggi senza dover prendere psicofarmaci, senza l’ansia del telefono che non squilla perché non sei chiamata.  

Nel cinema è stata diretta da molti registi: Antonio d’Agostino, Dario Argento, Damiano Damiani, Alessandro Benvenuti, Maurizio Nichetti, Luigi Cozzi, Simona Izzo, Andrea Adriatico, ed altri. Con quale si è trovata meglio?

Beh, il rapporto più completo l’ho avuto sicuramente con Benvenuti; in generale direi che i momenti più intensi sono stati con i registi teatrali, come Leo Muscato e Claudio Insegno, al fianco dei quali ho lavorato intensamente.

Ha un aneddoto da raccontare su Alessandro Benvenuti?

Venne a vedermi durante le repliche della Voce umana di Cocteau con regia di Andrea Adriatico. Era la mia prima esperienza teatrale, io ero completamente inesperta e l’ambiente era congegnato come se fosse un rave party: compravi il biglietto dell’autobus al Festival di Sant’Arcangelo e venivi tutte le sere in un posto diverso, senza sapere in anticipo dove saresti andato. Per cui lui mi ha vista in un luogo dove le prostitute si accoppiavano coi clienti e il pubblico era seduto su una montagna di profilattici usati. 

Parliamo della sua attività teatrale: qual è lo spettacolo che le ha dato maggior soddisfazione o a cui è più legata?

Beh, sono legata a un po’ a tutti, perché comunque ognuno è durato due/tre anni. In particolare però ricordo Tutto su mia madre di Pedro Almodóvar, regia di Leo Muscato. Quello spettacolo mi ha dato grande visibilità e mi ha fatto conoscere la grandissima e bravissima Elisabetta Pozzi, poi rimasta amica nel tempo. Un altro spettacolo per me importante è stato Otto donne e un mistero con Corinne Cléry e Sandra Milo, che faceva mia madre.

A quali progetti si sta dedicando ora?

Uno è Le allegre comari con la regia di Andrea Chiodi. Prima però riprenderemo evǝ, con la regia di Andrea Adriatico; siamo già stati a New York e Berlino, probabilmente presto andremo in Spagna e poi subito dopo al Teatro Ert di Bologna, dove la regia sarà affidata a Veronica Cruciani.

Pur confermando la poliedricità della sua figura — cantante, personaggio televisivo, opinionista, pittrice, attrice — qual è il ruolo che sente più suo?

Il linguaggio che sento più mio in questo momento è il teatro, poi c’è l’hobby della pittura. Naturalmente mi piacerebbe anche canticchiare, forse anche un po’ per la mia storia: provengo dai cori religiosi di quando ero in collegio, così quando mi sono avvicinata al teatro, mi portarono al Comunale di Bologna con una parrucca in testa e mi fecero fare il ruolo di una bambina che cantava. Quando invece non posso lasciarmi andare a queste forme espressive mi dedico alla pittura, o magari intervengo in qualche video, come mi è capitato con Krisma, regia di Red Ronnie, o facendo il video cantato di Disco Panther.

Ha frequentato i salotti più “in”, come ci è finita?

È più una leggenda, perché io non sono di compagnia e non mi trovo bene con troppe persone. Dopo una mia vacanza in Sardegna negli anni ‘80 cominciai a visitare spesso la casa di Marta Marzotto, e lì mi capitava di incontrare persone come Guttuso, Florinda Bolkan, Marina Cicogna, i Bulgari… Comunque ero sempre una visitatrice di passaggio, non mi sono mai fermata per conversare; come le ho detto sono una persona molto schiva. Mi racconto giusto nelle interviste, come a fare il punto della situazione in una seduta psicologica. 

Sappiamo che lei è religiosa. Quale sostegno ha dato alla sua vita questa fede? Nel lavoro, nelle scelte quotidiane; nelle sfide con le quali ogni giorno ci si deve confrontare.

Per me la preghiera, più che fede, è un rituale a cui sono abituata dall’infanzia perché sono stata allevata dalle suore. Visito spesso le chiese, ma non per cercare Dio; piuttosto lo faccio per vedere le opere d’arte. Sono luoghi pieni di magnificenze; decori, bassorilievi, dipinti. Non cerco qualcosa di astratto, mi piace visitarle. Poi se mi trovo a pregare lo faccio più per gli altri che per me. 

Senza retorica, quali sono i valori secondo lei fondamentali per una vita serena?

Aver compassione sia per se stessi che per altri; avere un’integrità e una coscienza. Il mio più grande cruccio sarebbe di deludere i miei amici facendo cose che non sono in linea con la correttezza dell’amicizia.

Un’ultima domanda prima di salutarci: la gente ha sempre distorto le cose sulla sua figura e forse lei è stata a volte travisata. A distanza di tempo, pensa che le dovrebbero delle scuse?

No, no, travisata no. Perché io comprendo, sono una persona molto comprensiva per certe cose. Quando qualcuno non mi capisce credo che sia per quel particolare momento, o comunque perché fa parte della sua educazione. Io ho una libertà che non sempre è condivisibile dal resto del mondo, quindi può dar fastidio quando riflette una mancanza di libertà dell’osservatore. Questo è. 

 Grazie.

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