Il confine sottile tra Investire e Spendere
Negli ambienti più blasonati sopravvive ancora un vecchio nobile adagio, sussurrato come il sacro verbo: “Spendere per investimento o per vera eleganza, non è spendere ma è Investire”.
Parole magiche, che precedono la mia tesi sul concetto di Class&Style. Ovviamente più che un’analisi economica, la mia sarà solo un’autopsia della vanità, ma in salsa caustica.
La differenza tra investire e sperperare da cafoni non risiede nel numero di zeri sullo scontrino, ma sta nella curva di deprezzamento dell’acquisto in oggetto, o più prosaicamente: è l’agire con buon senso quando si mette mano al portafoglio.
Chi “investe” spesso è una persona proprietaria indiscussa del concetto di “signorilità”. Nei casi più elevati, è quella persona che acquista un capolavoro, magari un dipinto del Seicento che mai si sognerebbe di appendere in salotto per paura di rovinarlo, o ancora, è la persona che cerca di opzionare un vigneto nella regione strategica, per un vino che nel medio periodo è destinato a migliorare di qualità. Oppure lo è chi acquista un immobile di pregio in qualche località, il cui valore è certificato dalla Storia o magari dal prestigio acquisito nel tempo da quel luogo (pensate ad esempio alla Sardegna oppure alle Dolomiti). Trattare questa tipologia di affari, ammettiamolo, è un tipo di attività esclusiva ma soprattutto noiosa, che possiede però la tendenza a essere molto remunerativa nel tempo. Non sono mai operazioni concluse e successivamente ostentate sui social, ma racchiudono in sé, la gratificante soddisfazione di accrescere il proprio patrimonio. Piccola o grande che sia l’operazione, questo è il vero lusso: discreto, quasi monacale, fatto di expertise, attesa e riservatezza.
Di contro ci troviamo il Dispendio Eclatante, l’essenza più pura della cafoneria dei neo-danarosi. Qui non dimora la cultura del bello o dell’investimento, ma solo la prassi della spesa a costi elevatissimi per acquisti che nel breve varranno meno di una bottiglia di vino pregiato che sa di tappo.
Eccone un breve elenco:
- Il monumentale suv “ignorante” e super accessoriato. Nuovo, fiammante, con interni in pelle di struzzo sardo e un colore talmente unico che persino l’azienda produttrice non saprebbe replicarlo. Un’opera ingegneristica in grado di perdere il 30% del proprio valore non appena esce dal concessionario e un altro 40% dopo diciotto mesi pur percorrendo solo una manciata di km, ma questo è il tributo da versare per presenziare a qualche evento sociale cercando di farsi notare (… e commentare).
- L’orologio “Pataccone” oversize. Un polsino in oro giallo pesante quanto un mattone, con un quadrante “affrescato” di contatori e fasi lunari, utili a nulla se non a dimostrare che quel manufatto è il più complicato (e costoso) di tutti. Un cimelio di alta orologeria che pare un semaforo da polso. La regola è che il valore percepito è quasi sempre inversamente proporzionale al valore collezionistico. In breve: più luccica, meno probabilità ha di finire nelle teche di Christie’s dato che un oggetto di vero pregio non deve urlare mai per essere notato.
- L’Accessorio firmato “in edizione limitata”. Quello che ogni mese viene riprodotto in una nuova serie limitata, e ovviamente che il Mercato degli asset di lusso seppellirà con la successiva collezione primavera/estate. Dallo smartphone placcato in oro con la cover in pelle di coccodrillo albino, alla borsa esclusiva con l’aria di contenere solo i complessi di inferiorità della proprietaria, sono sempre oggetti che dichiarano per conto dei possessori: “Lo ammetto, ho molti soldi, ma zero eleganza”.
- Il mega yacht extralusso gremito di ballerine italo/rumeno/brasiliane raccattate in qualche disco bar. Dimenticate la classica barca a vela con ponte in teak, simbolo di nobile sobrietà marinaresca. Qui si parla di barconi full led in modalità villaggio vacanze galleggiante. Viene utilizzato solo tre settimane l’anno e la manutenzione è pari al Pil della regione Abruzzo, ma vuoi mettere però quella epica foto con lo champagne in mano al tramonto nella baia di Porto Cervo?
- Il vino “Più Caro” a tavola. L’ipotenusa della cafoneria enogastronomica. Recarsi in ristoranti stile Salt Bae, e oltre al bisteccone dorato, ordinare il vino con il prezzo più alto sull’elenco, senza curarsi dell’annata, del produttore o dell’armonia nell’abbinamento. Bottiglie da centinaia di euro scelte unicamente per l’elevatissimo prezzo che legittimerà la capacità di spesa del fenomeno di turno.
In conclusione, il vero signore investe e si esprime attraverso una eleganza silente, quasi invisibile ma sempre presente. I buzzurri si godono rumorosamente il proprio momento di gloria su Instagram e TikTok, inondandoli di shooting fotografici, creando pagine di monumenti all’inutilità. Questi ultimi si ritroveranno a breve con un altrettanto inutile collezione di orrori (leggi: errori) costosissimi.
L’acquisto che vale davvero resta relegato ancora oggi a quelle conversazioni sussurrate tra eleganti signori d’affari e in ambienti privati; le spese eclatanti, al contrario, rappresentano sempre quel disperato grido di validazione sociale, di chi è in continua ricerca di riconoscimento in determinati ambienti, nella orrenda convinzione che il mefistofelico “avere” possa sempre e comunque mortificare il celestiale “essere”.
E chiudendo senza sarcasmo alcuno: la vera ricchezza non sta nell’apparire, ma è nel permettersi di non farlo, pur potendo.
