domenica, Settembre 6, 2026

Eleganza vs Cafonaggine 

Il confine sottile tra Investire e Spendere

Negli ambienti più blasonati sopravvive ancora un vecchio nobile adagio, sussurrato come il sacro verbo: “Spendere per investimento o per vera eleganza, non è spendere ma è Investire”.

Parole magiche, che precedono la mia tesi sul concetto di Class&Style. Ovviamente più che un’analisi economica, la mia sarà solo un’autopsia della vanità, ma in salsa caustica. 

La differenza tra investire e sperperare da cafoni non risiede nel numero di zeri sullo scontrino, ma sta nella curva di deprezzamento dell’acquisto in oggetto, o più prosaicamente: è l’agire con buon senso quando si mette mano al portafoglio.

Chi “investe” spesso è una persona proprietaria indiscussa del concetto di “signorilità”. Nei casi più elevati, è quella persona che acquista un capolavoro, magari un dipinto del Seicento che mai si sognerebbe di appendere in salotto per paura di rovinarlo, o ancora, è la persona che cerca di opzionare un vigneto nella regione strategica, per un vino che nel medio periodo è destinato a migliorare di qualità. Oppure lo è chi acquista un immobile di pregio in qualche località, il cui valore è certificato dalla Storia o magari dal prestigio acquisito nel tempo da quel luogo (pensate ad esempio alla Sardegna oppure alle Dolomiti). Trattare questa tipologia di affari, ammettiamolo, è un tipo di attività esclusiva ma soprattutto noiosa, che possiede però la tendenza a essere molto remunerativa nel tempo. Non sono mai operazioni concluse e successivamente ostentate sui social, ma racchiudono in sé, la gratificante  soddisfazione di accrescere il proprio patrimonio. Piccola o grande che sia l’operazione, questo è il vero lusso: discreto, quasi monacale, fatto di expertise, attesa e riservatezza. 

Di contro ci troviamo il Dispendio Eclatante, l’essenza più pura della cafoneria dei neo-danarosi. Qui non dimora la cultura del bello o dell’investimento, ma solo la prassi della spesa a costi elevatissimi per acquisti che nel breve varranno meno di una bottiglia di vino pregiato che sa di tappo.

Eccone un breve elenco:

  1. Il monumentale suv “ignorante” e super accessoriato. Nuovo, fiammante, con interni in pelle di struzzo sardo e un colore talmente unico che persino l’azienda produttrice non saprebbe replicarlo. Un’opera ingegneristica in grado di perdere il 30% del proprio valore non appena esce dal concessionario e un altro 40%  dopo diciotto mesi pur percorrendo solo una manciata di km, ma questo è il tributo da versare per presenziare a qualche evento sociale cercando di farsi notare (… e commentare).
  2. L’orologio “Pataccone” oversize. Un polsino in oro giallo pesante quanto un mattone, con un quadrante “affrescato” di contatori e fasi lunari, utili a nulla se non a dimostrare che quel manufatto è il più complicato (e costoso) di tutti. Un cimelio di alta orologeria che pare un semaforo da polso. La regola è che il valore percepito è quasi sempre inversamente proporzionale al valore collezionistico. In breve: più luccica, meno probabilità ha di finire nelle teche di Christie’s dato che un oggetto di vero pregio non deve urlare mai per essere notato.
  3. L’Accessorio firmato “in edizione limitata”. Quello che ogni mese viene riprodotto in una nuova serie limitata, e ovviamente che il Mercato degli asset di lusso seppellirà con la successiva collezione primavera/estate. Dallo smartphone placcato in oro con la cover in pelle di coccodrillo albino, alla borsa esclusiva con l’aria di contenere solo i complessi di inferiorità della proprietaria, sono sempre oggetti che dichiarano per conto dei possessori: “Lo ammetto, ho molti soldi, ma zero eleganza”.
  4. Il mega yacht extralusso gremito di ballerine italo/rumeno/brasiliane raccattate in qualche disco bar. Dimenticate la classica barca a vela con ponte in teak, simbolo di nobile sobrietà marinaresca. Qui si parla di barconi full led in modalità villaggio vacanze galleggiante. Viene utilizzato solo tre settimane l’anno e la manutenzione è pari al Pil della regione Abruzzo, ma vuoi mettere però quella epica foto con lo champagne in mano al tramonto nella baia di Porto Cervo?
  5. Il vino “Più Caro” a tavola. L’ipotenusa della cafoneria enogastronomica. Recarsi in ristoranti stile Salt Bae, e oltre al bisteccone dorato, ordinare il vino con il prezzo più alto sull’elenco, senza curarsi dell’annata, del produttore o dell’armonia nell’abbinamento. Bottiglie da centinaia di euro scelte unicamente per l’elevatissimo prezzo che legittimerà la capacità di spesa del fenomeno di turno. 

In conclusione, il vero signore investe e si esprime attraverso una eleganza silente, quasi invisibile ma sempre presente. I buzzurri si godono rumorosamente il proprio momento di gloria su Instagram e TikTok, inondandoli di shooting fotografici, creando pagine di monumenti all’inutilità. Questi ultimi si ritroveranno a breve con un altrettanto inutile collezione di orrori (leggi: errori) costosissimi. 

L’acquisto che vale davvero resta relegato ancora oggi a quelle conversazioni sussurrate tra eleganti signori d’affari e in ambienti privati; le spese eclatanti, al contrario, rappresentano sempre quel disperato grido di validazione sociale, di chi è in continua ricerca di riconoscimento in determinati ambienti, nella orrenda convinzione che il mefistofelico “avere” possa sempre e comunque mortificare il celestiale “essere”.

E chiudendo senza sarcasmo alcuno: la vera ricchezza non sta nell’apparire, ma è nel permettersi di non farlo, pur potendo. 

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