lunedì, Aprile 15, 2024

E se il Piangere ci rendesse Forti?

Spesso, socialmente, il pianto viene etichettato come connotazione di fragilità, debolezza, a maggior ragione se a piangere è un uomo. A volte è stato un elemento per cui si veniva derisi: “è un piagnone”, “ha la lacrima in tasca”, “sono lacrime di coccodrillo”.

E se non fosse così?

Il primo elemento di comunicazione quando ci affacciamo alla vita è il pianto. È anche uno degli indicatori di valutazione per lo stato di salute del nascituro, e potremmo proprio dire che più un bambino piange più è vivo.

Cosa succede allora nel tempo per cui un indicatore di vita diventa un elemento da negare?  Esiste un’incapacità nel riconoscere alcuni stati emotivi, per cui ad essere negato non è il pianto di per sé, ma sono la tristezza, la vergogna, la frustrazione, la rabbia. Poter riconoscere, legittimare, verbalizzare questi stati emotivi, permette poi alla persona di dar voce a ciò che sente e permette anche di accedere a una comunicazione congrua. Piangere è una modalità espressiva che si sintonizza con alcuni di questi stati emotivi: si piange anche quando “non si trovano le parole” e le lacrime prendono il posto di parole che non si conoscono o non esprimono pienamente il nostro sentire.

Oggi il pianto ha perso di significato sociale. Un tempo esistevano “le piagnone” (donne pagate per piangere), figure usate spesso in passato per gestire le morti improvvise, dove non si conosceva la causa. La modalità di gestione della morte era la superstizione, e la cattiva sorte veniva esorcizzata ricordando la fragilità umana attraverso il pianto rituale e collettivo, rappresentando un modo di sostenere la paura che la morte suscitava: la morte veniva quindi esorcizzata attraverso la collettività.

Una ricerca danese aveva dato evidenza che il pianto del bambino, si sintonizza per timbro e frequenza alla lingua parlata dalla madre, come esempio di come la connessione intrauterina determina la comunicazione nella vita fuori dal grembo materno. Dal mio punto di vista direi che il pianto non rappresenta solo una modalità comunicativa, ma di fatto una vera e propria esperienza relazionale.

Le madri sanno riconoscere e decodificare i diversi pianti del loro bambino, che all’orecchio di un altro essere umano appaiono indifferenziati. C’è il pianto della fame, del sonno, della coccola, del mal di pancia… Una madre sintonizzata con il proprio bambino, riconosce attraverso l’esperienza del pianto ciò che con le parole il figlio non può dire.

Possiamo anche piangere di gioia. Commuoverci per un risultato raggiunto, per la felicità che condividiamo con una persona cara, per un nuovo arrivo. Anche queste lacrime possono essere legittimate e possono avere lo spazio dovuto.

In botanica esiste “la lacrima”, spesso rappresentata dalle viti: quando vengono potate, rilasciano linfa che si mostra proprio come una lacrima sul tralcio; questo è un indicatore di vita e di trasformazione perché da quel tralcio ne nasceranno altri. Mi piace pensare quindi, che ci possano essere connessioni tra botanica e psicologia, e che il pianto possa diventare elemento di trasformazione interna della persona; un generatore di nuove associazioni, di nuove connessioni, e pertanto di nuove possibilità trasformative per il mondo interno dell’essere umano così come avviene per il mondo botanico.

In sintesi, più noi saremo in grado di sospendere il giudizio verso noi stessi, uscire da precostruzioni sociali che immaginiamo ci vogliano tutti “forti e sorridenti”, più saremo in grado di avere una buona alfabetizzazione emotiva, che ci permetterà di fluire nei nostri stati emotivi, imparando a “stare” anche nelle onde della tempesta e non solo costruendo una calma “apparente”. Possiamo essere “autentici con il pianto”.

Lasciare andare qualche maschera sociale è un atto di libertà interiore e di amore verso se stessi che auguro a tutti di sperimentare.

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