lunedì, Aprile 15, 2024

Due chiacchiere e un caffè con Federico Favot, sceneggiatore della serie I Cesaroni.

Con l’estate alle porte cambiano sempre molte cose. Il guardaroba, le prime perturbazioni, le zanzare, alcuni frutti, il taglio di capelli, gli amori fragili e chi più ne ha più ne metta. Questa rubrica, come con l’avvento del Natale, non vuol essere di meno. Dunque cavalchiamo insieme l’onda dei cambiamenti, portandone uno. Non radicale, diciamo momentaneo. E che cosa manca a questa rubrica, che già ha spaziato a fondo nel multiverso della cinepresa? Beh, parlare direttamente con chi il cinema lo fa. Vi riportiamo a parole, quindi, una piacevole scoperta e una bella chiacchierata con uno degli sceneggiatori più in voga nel panorama italiano. Di cui certamente abbiamo conosciuto i lavori, senza magari, però, conoscerne la paternità.

Partiamo dalle basi. Cosa voleva dire essere sceneggiatore vent’anni fa e cosa vuol dire esserlo oggi? In rapporto anche con il resto della troupe.

Sono cambiate tante cose in questi ultimi anni. Solo quindici anni fa in Italia si scriveva quasi esclusivamente per Rai e Mediaset. Ora invece l’offerta si è moltiplicata (Sky, Netflix, Amazon, ecc.) e quindi la richiesta di contenuti è aumentata. La figura dello sceneggiatore italiano comincia a essere apprezzata anche all’estero, grazie a titoli quali Gomorra, Suburra, 1992 e altri. Quindi ora uno sceneggiatore per la prima volta può pensare a serie o film per il mercato internazionale, qualcosa di insperato quando ho iniziato la mia carriera.

Riguardo al rapporto con il resto della troupe posso dire che, forse, è aumentato il rispetto per la figura dello sceneggiatore; in alcuni casi è stato concesso di non fermarsi alla scrittura, ma di seguire anche le riprese e il montaggio dei prodotti (cominciamo a vedere anche qui, nei titoli di testa, i credits creative producer/showrunner oltre a quelli a series created by). Questo, chiaramente, è un vantaggio perché chi ha ideato la serie può dare il suo contributo anche nelle fasi successive della lavorazione, dato che il prodotto audiovisivo non si conclude con l’atto della scrittura. Anzi, quello possiamo considerarlo l’inizio.

Entriamo nello specifico: tra i tuoi prodotti più conosciuti compare sicuramente I Cesaroni. Cos’è cambiato nei prodotti seriali italiani dai Cesaroni alle moderne serie teen come Baby?

È cambiato tutto, direi. Oggi possiamo spingerci con generi e tematiche che qualche anno fa non si potevano affrontare. C’era l’esigenza di essere “generalisti a tutti i costi” e quindi, per forza, non potevi raccontare storie con troppi spigoli. Ora invece quegli spigoli vengono richiesti e lo sceneggiatore è chiamato a delle sfide più interessanti a livello di narrazione. E, come ho già detto, ora i titoli vengono pensati anche per il mercato internazionale.

Tu non sei solo sceneggiatore. So, per esperienza diretta, che insegni scrittura seriale alla Scuola Holden. Credo che per tutti i neofiti sia importante iniziare col piede giusto: cosa differisce tra il saper scrivere/avere l’idea creativa e renderla effettivamente appetibile per il mercato?

Eh, questo è un argomento spinoso, soprattutto per chi inizia. Non è facile quando cominci a scrivere, capire che la sceneggiatura è un pezzo di un puzzle molto più grande e che quindi quello che scrivi ha delle “conseguenze reali” poi sul set, sugli attori, sui costi… quindi a mio avviso bisogna imparare le regole della narrazione e poi saperle anche “piegare” alle esigenze produttive e del mercato. Niente paura: un po’ alla volta si può imparare tutto. La teoria è chiaramente fondamentale, ma è la pratica — quotidiana — che fa la differenza.

Tu sei molto eclettico. È da qualche anno che hai intrapreso l’Hacking Creativity, una sorta di “live interview” a episodi, un po’ alla Montemagno se vogliamo. Qual è l’idea di Hacking Creativity e cosa vuoi portare di nuovo con essa?

Hacking Creativity è un podcast sulla creatività che ho fondato con il mio amico Edoardo Scognamiglio. In ogni episodio intervistiamo persone creative e cerchiamo di “hackerare” i loro metodi e le loro idee. È un progetto che amo molto e che ci sta regalando belle soddisfazioni: gli ascolti sono buoni e soprattutto abbiamo la possibilità di parlare con tante persone super interessanti. Non si smette mai di imparare. E se poi impari dai migliori… cosa si può chiedere di meglio?

Qualcuno, me compreso, si starà chiedendo… cosa bisogna aspettarsi da Federico Favot nel futuro prossimo?

Mi piacerebbe saperlo. Scherzi a parte, sto lavorando a tante cose diverse perché ho da sempre questo problema: mi annoio rapidamente. Così ho capito che quando ho più progetti “in caldo” riesco a saltare da uno all’altro e, (1) evito di annoiarmi, (2) i progetti si alimentano a vicenda. Mi spiego meglio: lavorando a un podcast narrativo mi viene in mente un pezzetto di storia che è perfetto per una serie tv, oppure scalettando un romanzo mi accorgo che a quel film che ho nel cassetto mancava proprio quel tipo di personaggio. La mia testa funziona così.

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