Questa domanda mi viene posta spesso dai miei clienti; persone che si rivolgono al mio studio in un momento di separazione o di chiusura di una relazione affettiva più o meno significativa.
I tempi come sappiamo sono soggettivi nell’elaborazione, e dipendono da vari fattori; per esempio il legame di attaccamento sviluppato da bambino, il progetto di vita che si ha con quella persona, l’investimento emotivo correlato, e spesso l’idealizzazione dell’altro. Ci sono anche fattori che coinvolgono altri livelli di consapevolezza: le basi sulle quali è nata la relazione, a che bisogni rispondeva questa relazione, gli stereotipi legati alla specifica situazione di coppia. Spesso il “noi” è un aspetto non mentalizzato; si possono trovare coppie dove esistono due persone che proseguono la loro vita in parallelo, senza intersecarsi mai e senza quindi concretamente vivere mai un “noi”. Al contrario potremmo trovare persone che il “noi” lo vivono in maniera fusionale e dipendente, quindi la relazione ha fagocitato l’identità individuale dei singoli. Pensiamo alle foto-profilo di WhatsApp, personalmente le trovo molto suggestive; molti mettono la foto di coppia, ipotizzo un po’ per enfatizzare la bellezza della loro relazione, ma seguendo un altro punto di vista, a me arriva la fusionalità del rapporto, quello spazio che dovrebbe essere personale e individuale, che viene invece veicolato come fuso con un altro.
Ma quanto tempo serve per dimenticare un ex?
Ci sono relazioni che nella linea del tempo della “storia di vita” rappresentano tasselli fondamentali, come se scandissero epoche in successione: c’è un “prima” e un “dopo”, e questo probabilmente ha a che fare con i significati che quella relazione ha avuto nella vita, indipendentemente dalla fase e dall’età in cui i due si trovavano.
Non ricordiamo solo il primo amore, o la prima volta, ma magari ci ricordiamo anche quella persona che pur facendoci soffrire molto, ha rotto l’incantesimo dentro di noi. Mi spiego meglio. Parlo di incantesimo, quando mi riferisco a quella parte di noi che si racconta la vita sempre con un copione che si ripete: “non potrò mai essere amato!”, “resterò solo per sempre!”, “l’altro è meraviglioso”, quindi ci circondiamo di persone che validano questa nostra anticipazione. Non è sfortuna o casualità se ci innamoriamo sempre di persone che in qualche modo rinforzano questi pensieri disfunzionali, semplicemente il nostro registro emotivo è sintonizzato su questa frequenza e non è in grado di riconoscere altre melodie.
Succede però che in alcuni momenti della nostra vita arriva qualcuno, con il quale magari la relazione non prosegue, ma che ha un po’ la funzione di Caronte, e ci traghetta verso parti sconosciute di noi. A volte “rompere i copioni”, seppur doloroso, ci permette di vedere altre parti di noi, di diventare ricettivi ad altre melodie, sentirci attratti, incuriositi e in grado di sperimentare relazioni con persone che ai nostri occhi erano invisibili fino a quel momento.
Tutto ciò è possibile però solo quando noi avremo fatto spazio, togliendo i residui emotivi della nostra precedente relazione, che diversamente ci indurrebbero a fare associazioni o proiezioni poco utili, anzi direi sabotanti.
L’elaborazione di un “lutto” — perché la fine di una relazione seppure nessuno muoia è sempre un lutto, in quanto a morire è un progetto, un investimento, i sogni e i desideri collegati — necessita generalmente di 18 mesi, se accompagnata da un percorso di psicoterapia. Questo perché si condividono ed elaborano i significati della perdita e si superano le fasi dell’elaborazione che secondo Kübler-Ross sono cinque: la negazione, la rabbia, la contrattazione, la depressione e l’accettazione. Sappiamo che queste fasi non seguono sempre un ordine preciso e possono sovrapporsi o essere sperimentate in un modo diverso a seconda della persona.
Darsi l’opportunità di elaborare la fine di una relazione affettiva è un’opportunità per se stessi, per dare senso all’esperienza, per fare ordine dentro di sé e per poter immaginare la propria vita sia da soli che in una nuova relazione con maggior consapevolezza e, sicuramente, con una sofferenza lenita dal significato elaborato. Spesso accade che, alla fine di un percorso di psicoterapia, è la persona lasciata a condividere che è stata la scelta migliore, per ciò che ora riesce a vedere di sé, dell’altro e di quella che è stata la loro relazione, non rinnegandola, ma comprendendo che probabilmente i bisogni interiori di entrambi non erano soddisfatti.
