giovedì, Luglio 18, 2024

Ciò su cui ti focalizzi si espande. 

Nel bene e nel male. 

Ho trascorso un tempo nella mia vita in cui pensavo di essere focalizzato solo quando assumevo un certo atteggiamento, quando non mi distraevo o quando volevo risolvere un problema. Mi mettevo lì e mi dicevo: “Adesso mi concentro”. Pensando di poter entrare in uno stato mentale particolare per dar vita ai miei superpoteri. 

A essere sinceri, non succedeva granché. I miei poteri non erano affatto super e la concentrazione non produceva particolari risultati.

Con il tempo ho scoperto che l’essere umano è sempre concentrato, anche quando pensa di essere a riposo. Ciò che è, lo è sempre, indipendentemente dal tempo e dallo spazio. Non abbiamo un turbo da attivare a piacere.

Infatti, come nella comunicazione interpersonale esiste una tesi per cui è impossibile non comunicare, così anche nella vita di tutti i giorni possiamo dire che siamo sempre focalizzati.

Mi spiego.

Il primo assunto: È impossibile non comunicare. 

Afferma che comunichiamo chi siamo anche quando non vogliamo, o quando non ci facciamo caso. Infatti il portamento, l’abbigliamento, il linguaggio, lo sguardo, e tutto ciò che ci distingue parla per noi e di noi, ci identifica; a volte ci smaschera, al di là del nostro volere. Ed è molto difficile mentire, prima o poi la nostra vera personalità viene fuori, senza fronzoli e senza maschere. 

La seconda tesi: Siamo sempre focalizzati.

Dice che l’essere umano non si comporta a caso, ma segue un determinato percorso, direi strutturato nei minimi dettagli, il più delle volte inconscio. Per cui i nostri atteggiamenti, comportamenti, relazioni, successi o insuccessi si fondano su precise leggi scritte dentro di noi. 

Ci presentiamo al mondo in un determinato modo e il mondo risponde alla nostra immagine. Così come ci focalizziamo in un determinato modo e il mondo risponde a tono.

Cosa significa?

Vi sarà capitato d’incontrare persone positive, fiduciose, ottimiste, propositive, felici di ciò che la vita offre, e capaci di vedere il bicchiere mezzo pieno; come vi sarà capitato d’imbattervi in persone negative, pessimiste, scoraggiate, che vedono il bicchiere mezzo vuoto, sempre focalizzate su ciò che manca.

Le prime persone vivono bene, le seconde vivono male. Ma entrambe ottengono ciò che credono, ovvero, ciò su cui sono focalizzate.

Perché, quando crediamo vero ciò su cui ci focalizziamo, quando non prendiamo in considerazione le possibili alternative, o quando non crediamo possibile migliorare una situazione, diamo valore ai nostri pensieri e li amplifichiamo. Nel bene e nel male.

“Mi va tutto storto”, “Sono sfortunato”, “Mi ammalerò”, “Perderò il lavoro”, “Non riesco mai a concludere ciò che voglio”, “Non riesco a sfondare”, “Incontro sempre la persona sbagliata”, “Non fa per me”, “Vengo escluso”, “Non so cosa fare nella vita”, “Ho perso la fiducia nel prossimo”, “Preferisco un animale agli esseri umani”, “Nessuno mi ama”, …  

La persona che rimugina questi pensieri, li amplifica e li crea. 

Ognuno è artefice del proprio destino. Perché il destino è un pensiero oggettivato. 

Quindi cambia i tuoi pensieri e cambierai il tuo destino.

Ma per cambiare i tuoi pensieri, prima devi renderti conto di cosa pensi e di come pensi. Siediti davanti allo specchio e chiediti sinceramente: “Qual è la qualità dei miei pensieri? Mi danno gioia? Mi spingono a fare meglio? Mi aiutano o mi affossano?”.

La consapevolezza è il fondamento del cambiamento. Ma può esistere un essere umano perfetto che non abbia pensieri negativi? No.

Dobbiamo sentirci in colpa se riceviamo pensieri negativi? No.

È chiaro ed evidente, tutti abbiamo momenti difficili, tristi o di prova; nessuno è indenne. Non pretendiamo la perfezione o l’atarassia, ma un conto è ricevere determinati pensieri e superarli, trasformarli, focalizzarsi su ciò che comunque abbiamo e siamo (ed è tantissimo), altro è scavarci la fossa con le nostre mani, credendoli veri. 

E parlo in prima persona. Se avessi saputo a vent’anni ciò che vi sto dicendo, la mia vita sarebbe stata diversa. Non dico migliore o peggiore, ma certamente diversa. Ma ad ogni latitudine e longitudine la struttura educativa è identica; tranne rari casi non ci è stato insegnato a pensare il nostro bene, non ci è stato insegnato a riconoscere i nostri talenti e, soprattutto, ci è stato rubato il bene più grande, il desiderio.

Pensateci: anche quando desideriamo, il desiderio appare come una chimera lontana difficile da raggiungere; abbiamo dubbi, ci sentiamo a disagio, forse in colpa, forse incapaci. 

Il motivo?

Dovremmo trovare la persona che per prima ha detto: “L’erba voglio non cresce nemmeno nel giardino del re”.

Dovremmo riesumarla e dirle che ha distrutto miliardi di vite. Chiederle il perché di una tale eresia; perché l’ha concepita o chi gliel’ha commissionata.

Al contrario, il voglio esiste e deve esistere, altrimenti la vita non ha senso. 

Perché ognuno di noi è stato concepito da un voglio per uno straordinario piano d’Amore che implica, necessariamente, la creazione di un altro voglio.

Non un voglio egoistico e fanciullesco, ma un voglio frutto di discernimento, impegno, altruismo, coraggio, servizio e dedizione. 

Un voglio focalizzato. 

Un voglio che si concentri sulle proprie capacità.

Un voglio che superi le innegabili difficoltà.

Concludo così.

Ognuno di noi, ogni giorno, è concentrato su un obiettivo.

Se questo obiettivo sia bello o buono, utile o inutile, proficuo o fallimentare, deve essere oggetto di scrupolosa analisi.

Di una cosa sola dobbiamo essere sicuri: il caso non esiste. Raccogliamo ciò su cui siamo concentrati, nel bene e nel male. Poiché possiamo scegliere, scegliamo il nostro bene e rifiutiamo il nostro male.

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