domenica, Settembre 6, 2026

Boysober: scelta detox della Generazione Z

Con l’inizio del nuovo anno, è interessante condividere una nuova tendenza relazionale: il boysober. Si tratta sostanzialmente di una pausa detox dalle relazioni affettive con gli uomini per concentrarsi su se stesse.

Cosa racconta questa tendenza?

Pare rappresentare la scelta di veicolare le energie per la propria crescita personale, per coltivare passioni e per vivere più intensamente le amicizie, senza farsi perturbare dalle implicazioni che ci possono essere nell’accettare un invito o una frequentazione, e nel coltivare una relazione. Sembra funzionare con una modalità prelativa e in parte assolutistica, “o io o noi”, ma potrebbe semplicemente essere una modalità che fa focalizzare maggiormente le persone sui propri bisogni interiori.

Si caratterizza attraverso dei punti focali. In primis la ricerca dell’autoconsapevolezza attraverso un periodo detox, in cui avere lo spazio e il tempo per decodificare le relazioni passate ed elaborare (da una prospettiva meno coinvolta emotivamente) quanto vissuto e accaduto. Prendersi questo tempo permette di lavorare contemporaneamente anche sul “ruolo” agito nella precedente relazione, al fine di comprendere gli schemi comportamentali attivati, ed essere più consapevoli dei limiti e dei confini funzionali da mettere in campo nel prossimo rapporto affettivo. Riuscire in questo migliora conseguentemente l’autostima, che a volte dopo chiusure difficili e dolorose viene minata.

In secondo luogo, le persone che scelgono il boysober spesso investono il proprio tempo a migliorare la carriera, sperimentare nuove passioni, costruire amicizie, promuovendo (dal loro punto di vista) una crescita personale.

Terzo elemento è saper sviluppare la capacità di sentirsi appagate da sole, senza necessitare dell’approvazione del partner, promuovendo per alcuni aspetti l’antitesi della dipendenza affettiva. Sviluppare la capacità di stare bene da sole, di sentirsi complete al di là della condivisione con un altro da sé, sembra essere uno degli elementi fondanti di questa modalità relazionale.

Step numero quattro: probabilmente, il boysober nasce come comportamento reattivo, e in parte protettivo, a esperienze dove la persona ha sperimentato ghosting (interruzione improvvisa e senza spiegazioni di ogni comunicazione) o situationship (relazione ambigua e non definita). Spesso il vuoto, la rabbia e l’impotenza che si sperimentano subendo il ghosting possono diventare un’aspettativa che anticipa o si teme anche nelle relazioni future, come se si automatizzasse una difesa che priva la capacità, anche solo immaginifica, di costruire una realtà alternativa, funzionale, rispettosa e di amabilità. L’esperienza abbandonica diventa per alcuni aspetti più difficile da interiorizzare per una persona, rispetto per esempio a una chiusura, perché attiva la condizione del sentirsi “sospesi”, non degni di chiarimento, si ha la sensazione di essere stati cancellati e quindi di non sentirsi degni di valore. Chiaro che tutto questo vissuto ha un peso specifico significativo e può pertanto attivare come reazione la fase detox, in cui la paura di rivivere un’esperienza marcatamente disfunzionale, fa evitare o rifiutare qualsiasi possibile interazione che abbia uno scopo affettivo.

Tema numero cinque, sono gli effetti che questa scelta può generare. 

L’evitamento come strategia di fronteggiamento può essere definita una reazione primitiva e di sopravvivenza, perché risponde all’anticipazione che la persona possa subire qualcosa di spaventoso o doloroso, basandosi sui suoi trigger legati a esperienze antecedenti.

Se l’evitamento è un salvagente che permette nel qui e ora di non annegare, di fatto non sta dando la possibilità di imparare a nuotare. È evidente, quindi, che più vengono evitate relazioni potenziali, più si indossa una corazza che, con il tempo, può diventare una gabbia che rinforza le paure anziché fronteggiarle.

Credo sia pertanto importante trovare il giusto equilibrio e darsi la possibilità di sperimentare la costruzione affettiva senza modalità “on-off”. Si deve avere la giusta consapevolezza che si può stare bene da soli, ma che questa condizione non debba diventare un rifugio, una fuga dai momenti di transizione, né tantomeno un alibi.

Qualsiasi scelta (che non leda gli altri) può essere giusta, basta che risponda ai nostri bisogni interiori e che sia agita in modo consapevole, non reattivo e non impulsivo.

Alleniamoci quindi a vivere i cambiamenti non con modalità “bianco/nero”, ma riuscendo a vedere, vivere e sperimentare i grigi e le sfumature. Questo approccio, pur risultando più faticoso, ci permette di cogliere possibilità e prospettive che, nei dualismi rigidi, andrebbero sicuramente perse.

Other Articles