Quest’anno il Padiglione degli Stati Uniti della Biennale di Venezia è un tripudio di colori grazie alle opere dell’artista Jeffrey Gibson, che si distinguono non solo per le loro vivaci cromie ma anche per i motivi intricati e i testi che le accompagnano.
Curato da Kathleen Ash-Milby e Abigail Winograd, il Padiglione intitolato The Space in Which to Place Me(“Lo spazio in cui collocarmi”) trae ispirazione dalla poesia Ȟe Sápa di Layli Long Soldier, poetessa Oglala Lakota.

Identità, libertà e democrazia sono i temi centrali affrontati da Gibson, che utilizza un linguaggio ibrido per raccontare la storia americana, indigena e queer. Tessuti e perline da un lato, geometrie astratte dall’altro, sembrano elementi apparentemente agli antipodi tra loro ma trovano una propria armonia nello stile unico di questo artista.
Cresciuto nei principali centri urbani degli Stati Uniti, in Germania e Corea del Sud, Gibson è di discendenza Cherokee e membro della Mississippi Band of Choctaw Indians. La sua pratica artistica mette in evidenza le realtà delle comunità indigene negli Stati Uniti, con l’obiettivo di dare dignità a storie complesse che altrimenti rischierebbero di essere dimenticate.
Michael Biasi
Basta passare davanti al Padiglione degli Stati Uniti per avere un assaggio dell’arte di Jeffrey Gibson, che ha radicalmente trasformato la facciata dell’edificio, ritinteggiandola di un rosso scintillante. Impossibile non notare anche la scultura posta di fronte al Padiglione, composta da piedistalli rossi sui quali il pubblico è invitato a salire, arrampicarsi e sedersi.

E anche all’interno, è evidente come il lavoro di Gibson intenda attribuire al Padiglione degli Stati Uniti una significativa responsabilità: invogliare il pubblico a riflettere sulla storia e sulle tradizioni dei nativi americani, attraverso testi, tessuti e riferimenti che alludono alle comunità delle loro nazioni.
Il tema si inserisce perfettamente nel più ampio percorso di Stranieri Ovunque, la 60a Biennale d’Arte di Venezia curata da Adriano Pedrosa, che propone un dialogo con l’alterità e il diverso, ragionando sui confini geografici e culturali.
Proprio in un’intervista Jeffrey Gibson ha dichiarato:
«Beh, sono americano. Ho vissuto in molti altri paesi dove quell’identità sostituisce la mia identità di nativo americano nella percezione locale. […] So cosa vuol dire essere un indigeno negli Stati Uniti, ma come americano, so anche cosa vuol dire essere uno straniero in altri paesi. […] L’esperienza di essere straniero è stata positiva per me. C’è un’umiltà che deriva dall’essere in un ambiente in cui non posso andare avanti con assoluta fiducia, dove devo ascoltare e prestare molta attenzione, dove non ho il comando e non posso condurre le conversazioni. È il momento di fare un passo indietro, il che è salutare per me, e direi anche che è salutare per la maggior parte delle persone».

Le opere di Gibson invitano gli spettatori a interrogarsi, a immergersi nelle storie e nelle esperienze degli altri. Proverbi, canzoni, testi di documenti legislativi e frasi sono disseminati nelle sue creazioni, che possiedono anche una forte valenza politica.
È la prima presentazione personale di un artista indigeno per il Padiglione degli Stati Uniti, e questa grande novità è al contempo un segnale importante. Per questa ragione l’artista celebra la resilienza dei nativi americani e sceglie narrazioni spesso oscurate della storia americana, sottolineando le profonde contraddizioni che sottostanno nella storia culturale degli Stati Uniti.
Gibson pone un quesito molto interessante: «Cosa significa famiglia?»
Identificandosi come persona queer, egli mette in discussione il concetto di “famiglia” e mette in evidenza le questioni legate all’identità di genere senza propendere verso una risposta univoca, ma lasciando la possibilità a ognuno di trovare la propria personale interpretazione.
L’artista
Jeffrey Gibson è nato il 31 Marzo 1972 a Colorado Springs, in Colorado. Di origini Cherokee, durante l’infanzia ha viaggiato molto con la famiglia seguendo il padre, che lavorava per il Dipartimento della Difesa. Ha vissuto in varie località, tra cui la Carolina del Nord, il New Jersey, la Germania Ovest e la Corea del Sud. Gibson ha studiato all’Art Institute di Chicago e ha conseguito un Master of Fine Arts presso il Royal College of Art nel 1998, grazie a una borsa di studio offerta dalla Mississippi Band of Choctaw Indians. Ha sempre sottolineato l’importanza di questa opportunità: «La mia comunità mi ha sostenuto. Il mio capo credeva che diventare un artista forte avrebbe rafforzato anche lui». Appartiene alla Mississippi Band of Choctaw Indians, una delle cosiddette “First Nations”. Dopo secoli di oppressione, la tribù è stata riconosciuta a livello federale nel 1945, sebbene la segregazione razziale e la privazione dei diritti civili siano durate fino alla fine del XX secolo. Oggi, la Mississippi Band of Choctaw Indians è uno dei maggiori datori di lavoro dello Stato. Riconosciuto come artista queer, Gibson ha concentrato la sua ricerca su temi legati all’identità, alle categorie e ai generi.

The Space in Which to Place Me
Padiglione Stati Uniti
La Biennale di Venezia – 60a Esposizione Internazionale d’Arte
Venezia
Fino al 24 Novembre 2024
Marta Previti
