Basta poco per avere tanto
Allerta spoiler!
Ci insegnano che la qualità si paga. Ed è vero.
Ma nel mondo videoludico qualità non è necessariamente sinonimo di grossa major, cast e regia di prim’ordine. Low cost non significa scadente. Talvolta i film, le serie tv, i docufilm a basso budget pullulano di attori emergenti, diamanti grezzi sfuggiti alle grosse case di produzione e puntano su ciò che di più potente e al contempo economico possa esistere: una bella idea. Questo è esattamente il caso di Baby Reindeer, miniserie distribuita su Netflix e fenomeno del momento.

Donny, barista trentenne squattrinato a tempo pieno ed eterno insoddisfatto a tempo perso, un giorno come tanti serve una ragazza bizzarra al suo bancone. È già il momento più importante della serie.
Martha si siede con aria triste. Non ordina. Non attende nessuno. Non parla, guarda semplicemente il vuoto. Donny capisce.
«Non posso permettermi di pagare un tè», esclama sconsolata Martha.
«E se te lo pagasse la casa?», risponde rincuorante Donny.
Ecco. Lo snodarsi della serie potrebbe essere solo un wormhole dentro questa risposta, e la conclusione un rinsavire del protagonista alla conoscenza di questo wormhole. Perché non si tratta di una risposta frutto di un cuore pulsante o di buon animo da vendere, ma una sorta di fil rouge tra due malattie complementari. Donny, infatti, con quella risposta scatena un’esplosione di emozioni difficilmente catalogabili per Martha, ma anche per se stesso: da lì in poi la ragazza verrà tutti i giorni a trovarlo, incensandolo continuamente, raccontando le sue mirabolanti relazioni con le alte sfere grazie a una carriera in ascesa come avvocata, lanciandogli goffe frecciatine e ordinando puntualmente a scrocco per mancanza di denaro. Ma come? Non era un’avvocata in ascesa? Disagio numero uno.

E questo a Donny ovviamente non è passato inosservato. Ma a lui pare stia bene così. Qualcosa di lei inconsciamente lo attrae. Qualcosa che esula dall’attrazione fisica o mentale. Qualcosa che, Donny sa, è di esecrabile parvenza. Disagio numero due.
Spoiler: la ragazza è una stalker che ha ricevuto diverse querele, tra cui stalking e violenza a pubblico ufficiale. Ma Donny lo scopre troppo tardi. Martha riesce a sconvolgergli la vita e diventa la sua Spada di Damocle. Lo segue persino negli spettacoli che tiene come comico (la sua vera aspirazione), mettendolo talvolta in ridicolo. Questo Donny non può più permetterglielo. In qualche modo trova la forza necessaria e riesce a “rinchiuderla” in una parentesi momentanea. Apre la finestra della socializzazione e scopre il vero amore. Almeno così ripete a se stesso. Conosce Teri, una ragazza graziosa, intelligente e attraente. Questa volta in tutti i sensi.
Teri non ha apparentemente difetti e Donny riesce anche a instaurare una potente sintonia con lei. Dopo una sequela di caratteristiche positive, in un pugno allo stomaco come questa serie piena di elementi cringe, non può che esserci il fatidico “ma”. E infatti prosegue… Ma Donny non riesce ad amarla, sebbene sia convinto del contrario. Ma che vuol dire?

Non puoi amare se non ami te stesso. Nel caso di Donny, non puoi amare se odi terribilmente te stesso.
Lui dice letteralmente: «la amo da morire, ma mi odio di più». Martha, con i suoi evidenti disagi, le innumerevoli frottole quotidiane, lo stalking ossessivo, invece rincuora indirettamente il protagonista. Lo mette al riparo dai suoi disagi, dalle sue insoddisfazioni, raccontando al suo io più profondo: “Tranquillo, non sei solo. In questo oblio ci sono io che ti apprezzo per quello che sei”. E non è nemmeno il problema più grande. Il caos affettivo che aleggia attorno al protagonista prende una forma più concreta e minacciosa, quando Martha scopre chi è la nuova fiamma della sua “Piccola Renna”. La picchia selvaggiamente e la umilia. Ciononostante, sono le parole ad aver ferito maggiormente la vittima. Tutto ciò che già di grave si era potuto sorvolare per mesi, le interminabili email, la presenza ossessiva, lo stalking, si vaporizzano di fronte al pericolo dell’incolumità.
Ma Donny ci metterà sei mesi per denunciarla. Sei mesi in cui il peso di una scelta grava come un macigno sulla moralità del protagonista.
Donny vola con la memoria in un angolo buio del suo passato. È in Scozia, per concentrarsi nella sua vera passione: tiene uno spettacolo in un piccolo pub di Edimburgo.

Un po’ per gioco, un po’ perché ci spera davvero, trova la più grande — apparente — opportunità della sua vita. Stringe i rapporti con un eccentrico fricchettone dalla singolare vacuità emotiva che gli dispensa promesse di successo. C’è chi direbbe “alessitimia”. Invece, una volta che il protagonista lo vede nella sua intimità, si rivela più che altro convinto di aver raggiunto una presunta illuminazione divina.
Convince Donny che questo limbo spirituale, dove altri grandi prima di lui hanno avuto accesso, si raggiunga solo in un modo. Lo tira in mezzo a un mare di droghe e gli offusca la mente, per poi abusare di lui ancora, e ancora, e ancora. Così il protagonista entra in un ciclo vizioso di speranza, disperazione, presa di coscienza, confusione, dove le droghe pesanti sono solo un contorno passeggero: sa di essersi prostituito per ottenere il suo scopo, senza averlo mai ottenuto veramente.
Donny si illanguidisce sempre di più. Ormai smunto ed emaciato, oltre che provato mentalmente, con l’ultimo rantolo di forza misto a un istinto di sopravvivenza, riesce a sfuggire da quel brutto incubo.
Nel presente, però, questo ricordo lo blocca. Perché lui no, e lei sì? Non è ancora finita. Martha non verrà denunciata, anzi. Continuerà nella sua marcia distruttiva, arrivando persino a collaborare con la polizia e mettendo Donny alle strette, rischiando di compromettere le indagini. Siamo nel tie-break, chi segnerà il prossimo punto?

Quando meno se lo aspetta, però, con una mossa disperata Donny raggiunge paradossalmente il suo scopo: diventa famoso. Anche se non come si immaginava. Non con il talento. La sua vita si trasforma e lui di conseguenza. Sembra il preludio all’happy ending, ma l’hic et nunc termina prima ancora di gustarselo — la fama è una scala di cui vedi l’inizio ma non la fine.
Porterà Donny a due risoluzioni. La prima, positiva, è che Martha ha sferrato l’ultima palla e l’ha sbagliata, portandosi a farsi denunciare. Game-set-match. La seconda, invece, ci riporta all’inizio. E non nel modo più piacevole.
Una vecchia conoscenza lo chiama al telefono: «Vieni da me a sballarti? Ho una grossa opportunità».
Donny, tra le lacrime, non può esimersi dall’accettare. Sa che il lupo non arriverà nemmeno sto giro, ma esce lo stesso a guardare. Una scelta disperata per scappare da uno statu quo deprimente? O l’accettazione di subire l’iniquità della vita se è solo quella che si può meritare?
A ognuno la sua personale elaborazione; mentre Donny, sul bancone di un pub e ormai senza un quattrino, accetta di farsi offrire un tè dal barista berciando dall’anima che non serve avere il denaro, anche per creare una bella storia, se tanto hai un’idea potente da raccontare.
