giovedì, Febbraio 29, 2024

Arturo Brachetti

Arturo Brachetti è un artista italiano, famoso e acclamato in tutto il mondo. In molti paesi è considerato un mito vivente del mondo del teatro e delle visual & performing arts. Inoltre, è un regista e direttore artistico attento e appassionato, capace di spaziare dal teatro comico al musical, dalla magia al varietà̀.

Brachetti è oggi il più grande attore-trasformista del mondo, con una “galleria” di oltre 350 personaggi, di cui 100 interpretati in una sola serata. È così veloce a trasformarsi che è stato inserito nel Guiness dei primati con il record tuttora imbattuto di 1,5 secondi. 

Arturo non cambia solo colore dell’abito, ma l’intero personaggio, dalle scarpe al cappello, passando in un battito di ciglia da Rossella o’Hara a un mariachi messicano, da una diva del charleston al cosacco sulla riva del Don. 

Nel suo curriculum ha 5.000 presenze in palcoscenico tra Europa e America, 44 anni di carriera, 450 costumi teatrali. A 66 anni è ampiamente nella storia degli one man show. Vincitore del premio Molière a Parigi nel 2000 come miglior attore teatrale, e due volte nominato al Laurence Olivier Award a Londra come Best Entertainment.

Innanzitutto, grazie per il tempo che ci stai dedicando. Partiamo subito con una domanda molto diretta: quali aggettivi useresti per descrivere Arturo Brachetti oggi?

Beh! Eclettico, sorprendente, poetico: soprattutto per quanto riguarda il mio spettacolo, è un quindicenne imprigionato in un corpo di un sessantaseienne.

Quali sono le cose che più ti emozionano?

La sorpresa negli occhi degli altri: vivo come un bambino nella sorpresa che riesce a provocare.

Ci racconti com’è nata la tua passione per l’illusionismo e quando sei diventato un trasformista?

A 11 anni mi hanno messo in collegio perché ero un bambino timido. A 14 ho poi incontrato un prete salesiano, don Silvio Mantelli, che si faceva chiamare il mago Sales. A 15/16 anni mi travestivo perché mi vergognavo come un ladro; mi travestivo da indiano, da cinese, ecc. Poi ci ho preso gusto e ho cominciato a infilare personaggi uno dietro l’altro. Quando ho scoperto Fregoli, questo grande trasformista vissuto più di cento anni fa, ho cominciato a fantasticare nel cercare di diventare come lui; mi sono inventato i trucchi e con un numero di sei personaggi sono partito per Parigi. È da lì che è cominciato tutto. Nel 1979 ho scoperto che ero l’unico a fare uno spettacolo così.

Tutto è nato per vincere la timidezza: ci sono delle paure che ancora non hai vinto?

La timidezza, quella vera, rimane: in amore ad esempio sono ancora molto timido.

Una volta diventato famoso hai più rivisto don Silvio Mantelli?

Sì, lo vedo spessissimo, facciamo ancora tante cose insieme anche per dei progetti umanitari. L’anno scorso ha seguito la mia tournée, veniva nelle grandi città e metteva il suo banchetto alla fine dello spettacolo per raccogliere fondi, una volta per i terremotati dell’Emilia-Romagna, una volta per l’Ucraina… e devo dire che il suo lavoro di prete lo fa ancora molto bene.

Brachetti l’uomo dai mille volti: trasformista, illusionista, funambolo, fantasista, regista e direttore artistico. Qual è il ruolo che senti più tuo?

Sì, tutti questi; ma se ci fosse una parola direi fantastic-attore, cioè un creatore e interprete di fantasie.

Dal varietà al cabaret, dal nouveau cirque alle magie tecnologiche. 

Nell’evolversi dello spettacolo hai visto anche lo spettatore cambiare?

Certo, specialmente l’attenzione dello spettatore. Trecento anni fa quando si andava a teatro ci si stava un pomeriggio, si mangiava lì negli intervalli: era social come è social ora Facebook o Instagram. Era un luogo dove la gente passava le giornate insieme, si seduceva, si divertiva, rideva. Ora a teatro come nei film, la gente ha bisogno di andare avanti velocemente perché il ritmo è quello di TikTok; capisce prima e arriva prima alle conclusioni, abituata com’è ad avere più informazione. Quindi anche teatralmente bisogna andare molto più veloci o creare una regia molto più dinamica, quasi cinematografica, come si fa nel musical-cabaret.

Qual è lo spettacolo che ti ha dato maggior soddisfazione o a cui sei legato?

Non mi affeziono mai ai miei spettacoli, anzi quando mi chiedono qual è il miglior spettacolo di sempre rispondo “è quello di domani”. Però se devo dire lo spettacolo che mi ha dato più soddisfazione, che mi ha cambiato la vita, è senza dubbio L’uomo dai mille volti, nel 2000 a Parigi. Mi ha fatto vincere il premio Molière e guadagnare la statua di cera al museo di Parigi; direi che mi ha proprio cambiato la vita, mi ha portato in tournée in tutto il mondo.

Com’è dirigere Aldo, Giovanni e Giacomo?

Mi sembrava di essere il professore di una scuola media con tre ragazzini scatenati di 14 anni. La giornata di lavoro si svolgeva sempre così: la prima ora parlavano sempre dell’Inter, dopo dicevo “si lavora?” e loro rispondevano “Eh! Ma che fretta!”. Quando iniziavano a “giocare” con le parole la loro età scendeva, arrivavano a uno stato adolescenziale un po’ goliardico tra compagni di scuola. Però è da lì che si scatenavano le idee migliori, perché quando si è liberi di fantasticare, di immaginare, nascono le idee migliori. Infatti io inizialmente annotavo tutto, in particolare in questa fase. A parte quello sono persone mature e presi uno per volta sono molto carini, umili… ma presi tutti e tre insieme sono esplosivi.

Ci racconti della tua statua di cera che cambia d’abito al museo Grévin di Parigi?

Di statue ce ne sono quattro nel mondo: a Parigi, a Montreal, in Svizzera (al Museo di Chaplin), e una a Praga. Quando mi hanno proposto di fare quella al Museo di Parigi ovviamente mi sono sentito molto onorato, ma mi sono anche detto “perché non la facciamo un po’ diversa? magari un po’ più curiosa, che cambia di vestito ogni trenta secondi?”. Mi assomiglia ancor di più, non è un calco ma una scultura e lo scultore ha azzeccato proprio la mia espressione. Questa statua gira su se stessa ogni trenta secondi e quindi si trasforma un po’ come “il giorno e la notte”. Inoltre è in una stanza con Benigni e Fellini; è un riconoscimento che va molto al di là dei miei sogni, ma proprio molto.

Come hai deciso di tenerti il ciuffo a punta?

Duranteuno spettacolo di Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate, circa 25 anni fa, il regista aveva chiesto di impersonare Puckcon una capigliatura un po’ stravagante; man mano tagliavo, tagliavo e alla fine mi è rimasto questo ciuffo davanti mentre dietro ero tutto rasato. Poi siccome mi scendeva verso gli occhi l’ho tirato su con il gel e le mie colleghe attrici tutte a dire “che carino!”, “ma guarda!”; così l’ho tenuto ed è diventato quasi il centro del super potere, perché da quel momento la mia vita è cambiata. Quando andavo in televisione a Parigi a fare i talk show, la gente mi riconosceva per la strada e mi diceva: «Ah! Voilà l’italien avec la Tour Eiffel sur la tête» (“l’italiano con la torre Eiffel sulla testa!”). Questa cosa mi ha caratterizzato talmente tanto che poi la popolarità è stata veloce.

A quali progetti ti stai dedicando ora?

Allora, riprendiamo lo show Solo, che porteremo in giro per l’Italia: in Veneto torneremo a Padova a grandissima richiesta il 21 Aprile 2024 (i biglietti sono già in vendita). 

Poi nel 2024 riportiamo anche Cabaret, uno spettacolo molto forte, e devo dire molto scioccante, molto vero, molto contemporaneo perché parla dell’avvento del Nazismo attraverso balletti, sorprese, gag; quindi molto vicini all’attualità.

In televisione ti piacerebbe partecipare a programmi come Ballando con le stelle o all’Isola dei famosi?

Di Ballando con le stelle ogni anno ne parlano, ma poi non mi invitano mai. Io ho uno strano rapporto con la televisione. Mi fanno tanti complimenti sia la Rai che Mediaset, ma poi mi invitano solo nei talk show. 

È vero che hai una casa con dei passaggi segreti?

Quando volevo comprare la mia prima casa grande, ne ho trovata una con un panorama straordinario, vicino al Palazzo Reale di Torino, e mio fratello mi ha chiesto «Come la vuoi arredare?». Io ho incominciato a sbizzarrirmi con alcune idee un po’ strane come il muro che si sposta, porte che si aprono al contrario, due passaggi segreti, oggetti curiosi dappertutto. Quindi è una casa molto stravagante, sì. Ho anche due tigri di peluche a grandezza naturale, Moira e Liana, tanto per dire che ho conosciuto tutte e due; poi durante i miei viaggi ho acquistato tanti altri oggetti curiosi. Ho anche una miniraccolta di cappelli, alcuni del Folies Bergère trovati nei solai quando lavoravo lì. Ogni oggetto che ho, ha una sua storia.

Segui diete rigorose: che rapporto hai con il cibo?

È un rapporto “di servizio”, cioè mi considero una macchina da corsa che deve vincere la gara, il cibo è carburante. Mangio spesso riso in bianco e uova sode, del minestrone, cose così. Però devo dire che ho un punto debole: i bistrot. Posso fare sei stazioni di mètro per andare a mangiare il croissant buono, posso fare un quarto d’ora di macchina per andare a mangiare un pasticcino. Mica a strafogarmi, però ogni tanto, tipo di domenica, vado a mangiare un pasticcino. I dolci sono proprio il mio punto debole.

E con lo sport? Sappiamo che pratichi tanta palestra per tenerti in forma. Segui lo sport? il calcio? per quale squadra tifi?

No, seguo solo lo sport che posso fare su di me. A parte la nazionale di calcio come italiano.

Sei uno competitivo?

Anche se non sembra penso di sì. Mi pongo sempre una competizione con me stesso quindi sotto sotto lo sono anche con gli altri… e mi rendo conto anche quando guido [NdR ~ ride].

Nella tua carriera hai incontrato personaggi straordinari. Quali ricordi con più affetto? E quale avresti voluto incontrare ma non sei riuscito?

Con più affetto ricordo Ugo Tognazzi, con cui feci una commedia drammatica M. Butterfly nel ’90; eravamo molto in sintonia, facevo una sua amante cinese che in realtà era una spia che si travestiva. Era molto “papalone”, affettuoso, molto generoso. Mi aiutava e mi dirigeva con le mani; io seguivo più lui che l’altro attore che mi rispondeva. La persona invece che avrei voluto conoscere anche solo per poterlo toccare dal vivo è Federico Fellini, di cui sono estimatore senza ritegno; l’ho anche celebrato in un mio numero, ho visto tutti i suoi film, i suoi documentari, per me è proprio una divinità intellettualità inarrivabile.

In una intervista hai detto che hai amato sia uomini che donne. 

Puoi svelare qualche dettaglio in più della tua vita sentimentale?

Sono tranquillo, perennemente innamorato del mio lavoro e questo spazio, come dire… sono fortunato di essere ancora amato alla mia età. 

Chi si innamora di Arturo Brachetti cosa trova?

Sidelude perché crede che faccia sorprese ogni dieci secondi, invece nella vita vado molto più lento nelle mie sorprese. Comunque amo molto fare gli scherzi, le sorprese, andare a visitare dei castelli alle tre di notte, se si può, pur di trovare dei momenti magici. 

Mi piace molto vivere la vita come un film, mettendola in scena non solo per me ma anche per i miei amici e per le persone di cui sono innamorato.

Di pregi siamo convinti ne abbia molti. Ma qualche difetto da confessare c’è?

Sì. Penso di essere purtroppo un po’ pigro, perché mi scoccio troppo spesso… E per certe cose non dico di essere codardo ma mi nascondo; vorrei avere un po’ più coraggio.

Senza retorica, quali sono i valori secondo lei fondamentali per una vita serena?

Alla mia età è importantissimo avere quella parola giapponese che è Ikigai che può essere tradotta come “progetto di vita”. Significa capire qual è il tuo posto, il tuo mattone nella muraglia dell’umanità e cercare al meglio qual è il tuo ruolo, che poi è anche la parabola del Vangelo

È un po’ il karma che una persona si può creare, siamo sempre lì: il fatto di avere una carota davanti da inseguire è per me, in questo momento, la cosa più importante. Pensare sempre al futuro e al fatto di aver capito il mio ruolo nel mondo, come diceva il prete: «non è importante avere la vocazione religiosa ma è importante avere una vocazione»; «se hai la vocazione di sognare e far sognare persegui la tua vocazione».  

Infatti a 16/17 anni inconsciamente ho seguito questo pensiero e tuttora credo sia essenziale, perché mi trasmette la forza di andare avanti. 

Quando vedo i miei coetanei tristi, mezzi alcolizzati, dico “ma perché ridursi così”. Per loro, forse, il tempo migliore è già passato, io invece mi dico debba ancora venire e progetto di fare ancora teatro, spettacolo, di imparare delle cose nuove: per dirne una, fare il musical Cabaret mi ha riempito enormemente di forza.

Ultime domande prima di salutarci: se potessi parlare con quel bambino che si è innamorato della magia e dell’illusionismo, che cosa gli diresti?

Gli direi assolutamente “persegui quei sogni, perché il fatto di avere un sogno è un gran regalo dalla vita”.

E a un ragazzo dei giorni nostri?

Uguale. I ragazzi dei giorni nostri hanno dei sogni che però vengono a volte offuscati o castrati, soprattutto dalle persone intorno o dai social che ti tarpano le ali. Sono crudeli i social: fanno perdere ai ragazzi la perseveranza. Quando si ha un sogno si deve continuare a perseverare; se al primo colpo non si riesce, bisogna continuare con un secondo tentativo e così via. Spesso i ragazzi adesso “si lasciano vivere”, hanno paura di sbagliare, di far la casa, di far la famiglia, paure che noi non avevamo. L’importante è darsi degli ideali e dei progetti.

Grazie.

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