Annalisa attraversa la comicità, il teatro, il cinema e la televisione con la curiosità di chi non ama stare troppo a lungo nello stesso linguaggio. Attrice, autrice e interprete, osserva la realtà per trasformarla in personaggi, battute e storie, spesso con un’ironia che non si accontenta di far ridere, ma cerca di lasciare qualcosa su cui pensare. Oggi, tra nuove riprese, scrittura e il debutto di uno spettacolo dedicato alla paura, continua a cercare nell’arte un modo per raccontare il mondo e, forse, anche per metterlo un po’ in discussione.
Dalla comicità al teatro classico, fino al cinema e alla tv, la tua carriera è segnata da un eclettismo raro. C’è un linguaggio o un palco in cui senti di esprimere la versione più autentica di Annalisa?
Grazie mille del complimento! In realtà mi piacciono tutti i linguaggi e tutti i generi. C’è chi dice che la realtà superi di gran lunga la fantasia ma, in generale, io credo che la realtà ricreata dal cinema, dalla televisione, dalla letteratura e dall’arte nel suo insieme sia molto più interessante, coinvolgente e divertente della realtà vera — che alla fine, in sostanza, è fatta solo di bollette da pagare, entrate e uscite dal supermercato e svariati “cosa ci mangiamo stasera?”.
I tuoi personaggi comici, come la celebre “Moglie Perfetta”, nascono da una grande capacità di osservazione. Quanto c’è di satirico rispetto alla realtà che viviamo ogni giorno e come si fa a far ridere oggi senza cadere nei cliché?
La comicità è quasi sempre collegata alla vita quotidiana e al cercare di registrare stereotipi e luoghi comuni. È proprio questo che consente al pubblico di ridere. Ride, quasi sempre, perché si riconosce in quello che sta vedendo o ascoltando. È molto difficile non cadere nel cliché perché ci sono dei modi di parlare o recitare che al pubblico piacciono sempre, anche se continuamente riproposti in diverse versioni. Inoltre, credo che sia quasi impossibile essere completamente originali. La storia dell’arte, ad esempio, è piena di grandi artisti che si sono ispirati ad altri meno visibili e hanno semplicemente rielaborato o migliorato il linguaggio innovativo di qualcun altro. Forse inconsapevolmente lo faccio anche io, nonostante cerchi di schivare questo pericolo. Magari non ci riesco e il pubblico pensa: “ancora la solita comica che vorrebbe fare ridere con intelligenza… secondo lei”.
In questo momento della tua carriera ti stiamo vedendo impegnata su più fronti. Su quali progetti stai concentrando le tue energie e cosa ti stanno lasciando a livello umano e professionale?
Ora sono impegnata nelle riprese di Bro, una serie brillante firmata Amazon, diretta da Riccardo Donna e con Can Yaman come protagonista. Sto portando avanti anche un lavoro come autrice e preparo il mio spettacolo Paura, viaggio ironico nella paura umana, regia di Michela Andreozzi, che debutterà il prossimo 25 novembre al teatro Franco Parenti di Milano. Cerco di dare tutta me stessa in ogni progetto che affronto non risparmiando mai le energie. E sempre con grande meticolosità, anche se a volte i lavori sono difficili da conciliare perché molto diversi tra loro e comportano spostamenti da una città all’altra. Il tutto avendo una bambina di quattro anni e mezzo… non è sempre una passeggiata. Mi aiuta molto l’essere superdotata dell’esatto opposto della pigrizia e di una buona dose di autoironia. Ogni volta provo a ripetermi: “in fondo, non sto andando a operare a cuore aperto”. A livello umano, ogni volta è una scoperta che mi stupisce sempre. Salvo rari casi, quando le persone sono in contatto con l’arte e sono gratificate dal lavoro che amano fare, esprimono la parte migliore di se stesse: quella più disponibile alla condivisione, all’ascolto e anche ad un po’ di leggerezza e gentilezza, che non guastano mai.
Oltre le luci della scena e la scrittura, quali sono le passioni personali che ti ricaricano lontano dai riflettori? E quali forme d’arte continuano a essere la tua primaria fonte di ispirazione?
Fisicamente mi ricarico soltanto muovendomi: più mi muovo, cammino, corro, nuoto, più ho energie. Mi capita molto spesso di dormire pochissimo, ma poi mi basta una camminata veloce per ritrovare tutte le energie. Se poi la passeggiata è a Villa Borghese (Roma), allora è veramente il massimo perché di fronte a tanta bellezza mi ricarico anche esteticamente. Sul piano emotivo, invece, mi rigenero soltanto quando sono con la mia bambina. Quando sono troppo lontana da lei sento che il cuore si sta scaricando, come il cellulare quando ha la batteria al dieci per cento. Quando siamo di nuovo vicine è come se fossi attaccata al caricabatterie: sento che piano piano le tacche del mio cuore risalgono. Le forme d’arte credo siano tutte possibili fonti di ispirazione. In particolare, per me sono di vitale importanza la letteratura e la musica, perché permettono di immaginare e far galoppare la fantasia senza avere proposte visive esterne dalle quali siamo, invece, costantemente e spesso anche piacevolmente circondati. Da quando sono diventata mamma, però, devo dire che praticamente mi è permesso ispirarmi soltanto guardando Peppa Pig!
Guardando ai prossimi mesi, quali sono le nuove sfide all’orizzonte? C’è un ruolo o un tipo di scrittura che non hai ancora esplorato ma che senti sia arrivato il momento di affrontare?
La sfida più importante dei prossimi mesi sarà quella di portare il mio spettacolo al Franco Parenti di Milano, diretto dalla straordinaria regista e autrice Andrée Ruth Shammah. A mio avviso, è il teatro di prosa più prestigioso che ci sia in Italia, con una stagione sempre all’avanguardia con grandi attori che portano in scena spettacoli di forte profondità culturale. Da una parte mi sento di tornare a casa, perché io provengo dal teatro danza di Pina Bausch e dal teatro contemporaneo di Cesare Ronconi e sono cresciuta guardando spettacoli di ricerca in tutta Europa; dall’altra ho paura di non essere all’altezza della situazione, anche perché debuttiamo il 25 novembre, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Il mio è uno spettacolo brillante. Sia i miei personaggi che i monologhi da stand-up comedian, come tutti i momenti che ho immaginato scrivendo e che la mia meravigliosa regista Michela Andreozzi ha saputo magistralmente trasformare e mettere in scena, sono pensati per far ridere, ma anche riflettere, soprattutto sugli stereotipi che come donne ci soffocano da millenni. Ma non è detto che io ci riesca, e che la mia scrittura e il mio modo di stare in scena siano apprezzati da un pubblico così raffinato. Per fortuna lo spettacolo è dedicato proprio alla paura, quindi tutte le mie paure, compresa questa, alla fine sono perfettamente in tema. Starà al pubblico dire “vedi, faceva bene questa qui ad avere paura di fare un flop!”.E poi c’è un’altra bellissima novità che mi emoziona particolarmente: il cortometraggio J. Shakespeare, che ho scritto insieme a Karin Proia, da lei diretto e con un cast quasi tutto al femminile, è stato selezionato tra gli eventi speciali di Alice nella Città, alla Festa del Cinema di Roma. Il corto, già vincitore del bando Nuovo IMAIE, è incentrato sulla figura della grande scrittrice Virginia Woolf e sul suo intenso messaggio di empowerment per le donne. Sono anche attrice protagonista e coproduttrice del progetto, insieme a Gaia Moretti, e a Ottobre ci sarà la prima nazionale al Teatro Sistina di Roma. Siamo tutte molto felici ed emozionate per questo traguardo. Le critiche, naturalmente, ci saranno sempre e comunque, ma intanto ci godiamo questo momento, che per noi significa davvero tanto.
Il mondo dello spettacolo e dell’intrattenimento sta cambiando a ritmi velocissimi. Come vedi l’evoluzione dello spazio concesso alle donne nella comicità e nella narrazione contemporanea?
In Europa, negli Stati Uniti e nei Paesi più sviluppati è in atto una vera rivoluzione: c’è finalmente una grande attenzione nei confronti della creatività delle artiste soprattutto come registe. Dico artiste e non donne perché è in quanto artiste che secondo me va valorizzato il nostro potenziale e la nostra immaginazione, non in quanto donne. Non dobbiamo essere né disprezzate, né sopravvalutate, sono le nostre opere, le interpretazioni, le battute comiche o la capacità di trasmettere emozioni che devono arrivare o meno al pubblico. Purtroppo, nel frattempo, in tanti Paesi del mondo molte ragazze non hanno nemmeno accesso all’istruzione, al lavoro, all’indipendenza economica e a moltissimi diritti che noi diamo per acquisiti. Figuriamoci a un percorso artistico da attrici o autrici.
Se dovessi proiettare la tua visione artistica nel futuro, quali temi ti piacerebbe che il teatro e il cinema tornassero a rimettere al centro?
Forse sarò anacronistica, ma io continuo a pensare che l’arte abbia un’importante responsabilità politica. Attraverso la comicità e l’intrattenimento si può parlare di cose che riguardano tutti e si possono raccontare storie che contribuiscono, seppur minimamente, al progresso dell’essere umano. Per progresso non intendo quello tecnologico, ma quello della giustizia sociale ed economica, dei diritti umani, dell’emancipazione femminile, della consapevolezza e della capacità culturale di rispettare e difendere ogni persona nella sua unicità. Non serve per forza creare dei contenuti rivoluzionari, basta anche non fare, ad esempio, battute retrograde, sessiste o omofobe. Pur amando tutti i generi di film o di spettacoli, gli unici che mi lasciano indifferente sono quelli dove si fa esclusivamente una satira e una riflessione su se stessi senza nessuno sguardo sul mondo. Ma mai dire mai, magari il mio prossimo spettacolo si chiamerà “Qualcosa su di me” o “Vita d’attrice”, chi lo può mai dire!
Nel percorso di un’artista ci sono continui punti di svolta. Qual è il consiglio più prezioso che hai ricevuto e che oggi ti guida nelle scelte del tuo percorso?
Che la cosa importante è fare. Fare, fare, e il più possibile insieme agli altri. Anche se è diventato sempre più difficile incontrarsi e confrontarsi, perché siamo tutti rinchiusi nella vetrina dei nostri profili social. Secondo me, le cose fondamentali s’imparano proprio facendo quelle azioni di cui parlava Nanni Moretti in quel pezzo cult di Ecce bombo: «giro, mi muovo, vedo gente, faccio delle cose…»
