sabato, Settembre 5, 2026

Alessandro Fabian

[Si legge in 6 min. 41 sec.] 

All’inizio il suo posto speciale era l’acqua, dove poteva liberare la sua energia, scivolando tra le onde che il suo stesso corpo creava. Poi, un po’ per curiosità e un po’ per istinto Alessandro cominciò il triathlon, uno sport di resistenza in cui la sfida è il respiro, il corpo spinto al massimo, la concentrazione imperturbabile un singolo istante per volta.  Cosa si prova a essere un triatleta? Cosa significa evolvere e cosa spinge oltre quel limite “invalicabile” del possibile? Alessandro ci porta in quel luogo che da fuori non vediamo: le sfide prima della gara, le “cadute”, la voglia di rialzarsi per superare se stessi, oltre quel limite che blocca temporaneamente il corpo ma non l’immaginazione.

Benvenuto Alessandro nella nostra rubrica A tu per tu. Come hai scoperto il triathlon e cosa ti ha spinto a farlo entrare nella tua vita?

L’ho scoperto attraverso la mia prima disciplina sportiva, il nuoto. Al tempo, uno degli allenatori della squadra di nuoto era anche un allenatore di triathlon, e così nella preparazione invernale spesso ci faceva correre. A me piaceva molto e mi veniva anche bene, quindi a un certo punto mi ha detto «Beh, sai che c’è, perché non proviamo a fare qualche gara di triathlon?». Ho iniziato lì, nel lontano 2005. Ho deciso di farlo entrare nella mia vita, perché già dal primo momento in cui ho provato a gareggiare i risultati arrivavano, e c’era soddisfazione nel cimentarmi. Poi ero molto curioso, avevo voglia di mettermi in gioco in altre situazioni oltre al nuoto. È stato un vortice che mi ha travolto, mi ha risucchiato e io non potevo che assecondarlo.

Quando ti alleni contro te stesso, o ti ritrovi in gara con i più grandi campioni, qual è il pensiero che ti muove?

L’atteggiamento che porto con me durante le competizioni e le mie sfide personali, è quello di cercare di essere la migliore versione di me. Mi chiedo cosa posso fare per dare il massimo, lì, in quell’istante. Questo non significa vincere o fare il personal best ogni volta, ma riuscire “a spremere il limone al suo massimo”, fino all’ultima goccia possibile.

Hai mai attraversato un momento di stop o crisi? Come l’hai superato e cosa ti ha aiutato a ripartire davvero?

Ne ho attraversati tantissimi e probabilmente ne attraverserò altrettanti, non solo nello sport ma nella vita, e questo penso valga per tutti. Le difficoltà inizialmente sembrano insormontabili, qualcosa di impossibile da superare. Però stando nel processo, nella metabolizzazione, nell’avere pazienza e nel darsi la possibilità e il tempo, ecco così facendo sicuramente c’è un’evoluzione di questa difficoltà, che diventa poi un’opportunità di crescita. È come se noi spostassimo il nostro limite sempre un pochino più in là, e quella difficoltà che sembrava insormontabile, tanto dura da farci pensare di non riuscire, in realtà è quella che ci dà più spazio e più margine di manovra. Bisogna credere di potercela fare, e bisogna anche saper accogliere le persone che si hanno intorno. A me hanno aiutato tanto nei miei momenti difficili.

C’è una gara che più di tutte ha segnato la tua carriera? Cosa la rende così speciale per te?

Direi Londra 2012, che al di là del risultato — un grande risultato per me — è stata la gara che mi ha regalato la prima esperienza olimpica. Ho sentito la magia di chi vede quell’ambiente per la prima volta, e che con una certa innocenza se lo vuole godere a pieni polmoni, affascinato. Credo sia una di quelle gare che ha caratterizzato la mia carriera, e in un certo senso anche la mia vita. 

Vita da atleta e vita familiare: come riesci a far “dialogare” i due mondi?

C’è il detto che “nessuno nasce imparato”, ed è proprio così. Devo dire che questo “dialogo” è una vera e propria sfida per chiunque si trovi ad affrontare il rapporto lavoro/famiglia, e forse lo è ancora di più per un atleta. Per me, che fondamentalmente dovrei solo mangiare, dormire, riposare, allenarmi, avere anche una vita familiare non è semplice. Devo fare tante rinunce, soprattutto di tempo trascorso con i cari. Però si impara anche da questo. Col tempo capisci quali sono le necessità, quali le cose superflue; capisci quello che serve a te e alla tua famiglia. È un gioco di equilibri, e proprio come nello sport si impara a “giocare” con il tempo. 

Al di fuori del triathlon,  quali sono i tuoi progetti? C’è qualcosa in arrivo o che sogni di realizzare prima o poi?

In questo momento di progetti reali al di fuori dello sport non ne ho, soprattutto perché con l’arrivo della famiglia ho dovuto fare delle scelte. Purtroppo gli sforzi raddoppiano ma le energie no; anzi, sembrano quasi dimezzarsi di fronte alle nuove esigenze. Ho dovuto imparare a gestirle in maniera diversa. Ora quindi, come atleta di alto livello, sto investendo tutte le energie a disposizione nell’attività e nella famiglia.  Su ciò che potrò fare al di fuori dello sport sto raccogliendo un po’ di idee. Ci sarebbero tante piccole situazioni che mi piacerebbe sviluppare, soprattutto nel mondo delle relazioni, quello che definirei il mondo del “dare”. 

Le Intelligenze Artificiali (IA) stanno cambiando il nostro modo di vedere e operare. Cosa possono offrire oggi allo sport, e cosa “dovrebbero”, secondo te, offrire in futuro?

Le intelligenze artificiali sono un grande argomento che cambierà il mondo, il nostro modo di fare e vedere le cose. Lo sta già facendo in tanti settori, non solo in quello sportivo. Spero ci sia spazio per chiamarla evoluzione piuttosto che involuzione: il rischio di perdere il contatto con gli altri è alto, perché l’essere umano è pigro di per sé, e uscire dalla zona di comfort delle IA potrebbe essere difficile una volta dentro. Il problema è proprio qui, perché le intelligenze artificiali, per quello che ci offrono, possono farci chiudere ancora di più in noi stessi, e spingerci ad avere rapporti molto limitati con le altre persone. Questo è un pericolo che vedo, però dall’altro lato, sono dei mezzi che ci proiettano anni luce rispetto a dove siamo ora.  Per fare un esempio nello sport, si può utilizzare un’intelligenza artificiale per ottimizzare le capacità di un atleta e la sua gestione; oggi è un qualcosa di concreto e particolarmente efficace. Perché? Perché, anche per un esperto, è difficile vedere cosa serva veramente a un atleta per essere “ottimizzato”. Ma se abbiamo la possibilità di raccogliere una grande quantità di dati di quell’atleta, è certo che l’intelligenza artificiale possa dirci quello che serve in maniera molto molto semplice e veloce.

Immagina di parlare a una platea di sportivi che desiderano mettersi in gioco e di giovani in cerca di ispirazione: qual è la verità “scomoda” che di solito non si racconta dello sport professionistico? E qual è invece il punto fermo per mantenere la rotta?

Una verità scomoda è che un atleta professionista passerà tanti momenti di difficoltà, di sconforto, di sfiducia, perché purtroppo la carriera di uno sportivo non è mai lineare, è sempre fatta di alti e bassi, forse molto più che nelle altre attività. Nello sport la sconfitta è difficile da metabolizzare perché il risultato è palese, la frustrazione di non riuscire in qualcosa è molto alta; spesso si incappa in aspettative che la mente costruisce durante la preparazione: sogniamo di vincere, di riuscire a fare grandi cose e poi alla fine magari quel giorno neanche riusciamo a concludere la gara. L’altra verità scomoda è che per guadagnarsi qualcosa bisogna lavorare duramente, non ci sono scorciatoie. Significa farlo tutti i giorni e, appunto, attraversare quei momenti di sconforto e di frustrazione. 

Il punto fisso è “cosa vuoi raccogliere”. 

La domanda chiave è “perché lo fai?”, “cos’è che ti spinge a metterti in gioco?”. Nello sport, specie ad alti livelli, bisogna sempre trovare quella spinta che permette di dare il massimo. E quella spinta negli anni si può modificare, ma deve sempre essere salda, forte, indissolubile con i propri obiettivi. Perché è quella che ti serve per andare avanti, e lottare per quello che vuoi fare.

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