Ceo & Founder di Audes Group
Produzione di abbigliamento e accessori personalizzati per il mondo corporate, workwear e merchandising.
«Ogni giorno facciamo qualcosa bene e qualcosa meno bene; avanziamo se capiamo come migliorare il lavoro di domani».
[Si legge in 5 min. 56 sec. minuti]
Benvenuto Alessandro, è un piacere averti qui. Vorremmo partire dalla tua storia. Nel tuo percorso di vita e di carriera, come sei arrivato ad Audes?
Ero consulente per PwC, nota società di advisory a livello internazionale, seguivamo il processo di delocalizzazione del gruppo Benetton. Era anche il periodo delle felpe Fiat, quelle con le scritte grandi. Un amico mi chiese se conoscevo una fabbrica che potesse produrre delle felpe simili per la sua azienda; a quel tempo infatti mancava sul mercato un prodotto personalizzato di alta qualità. Dopo diverse ricerche, trovai una buona fabbrica che poteva occuparsi anche di piccoli lotti. Riuscimmo a fare la prima produzione, poi un’altra azienda vide il risultato e ci chiese lo stesso. E così via fino a clienti come Ferrero, Bmw, ecc.
Oggi i clienti, oltre a un buon prodotto vogliono sentirsi parte di qualcosa. In che modo Audes costruisce questo legame? E cosa vi spinge ogni giorno a rinnovarlo e migliorarlo?
I clienti di oggi cercano un prodotto, certo, ma anche un servizio. Per questo non ci vedono come semplici fornitori, ma come partner in grado di seguire l’intero progetto, fianco a fianco.
Ciò che ci motiva a offrire il meglio è la nostra mission: creare un prodotto di eccellenza, Styled in Italy, per vestire i lavoratori e costruire collezioni di accessori che rafforzino l’identità aziendale. Sono progetti che comunicano un’immagine e creano senso di appartenenza, portando un tocco di “fashion” anche nel mondo industriale e dei servizi.
“Senso di appartenenza”: quanto conta oggi creare un’identità aziendale attraverso ciò che si indossa?
La divisa è un retaggio storico che riguarda diversi ambiti, dalla squadra sportiva a quella aziendale. Indossare un capo con il marchio dell’azienda fa sentire parte di qualcosa; unisce in una visione comune, perché trasmette i valori su cui tutto si muove. E anche dall’esterno, oltre al senso di pulizia ed ordine, questi valori riescono a trasparire e l’immagine ne esce rafforzata.
Il merchandising è l’altro tema di immagine di cui vi occupate. Qual è l’impatto sul pubblico?
I progetti di merchandising riguardano le aziende che hanno un marchio forte o che aspirano a ottenere un certo appeal. Allora, oltre a sviluppare una collezione di abbigliamento desiderano degli accessori per trasmettere a chi li acquista un’esperienza del brand. Pensiamo a Ferrari o Lamborghini, quando un fan acquista un prodotto di merchandising, alla fine si porta a casa un piccolo pezzo del brand. Si crea un legame potente e facilmente accessibile.
Come nasce una collezione su misura?
Abbiamo un ufficio Stile composto da designer che creano collezioni di accessori e d’abbigliamento. Si parte sempre dallo scopo del progetto: si vuole creare un nuovo ramo di attività, rafforzare il senso di appartenenza, fare una promozione… è lo scopo a fissare la direzione da seguire. Poi si studia il DNA dell’azienda, quindi il pensiero e i valori trasmessi attraverso il prodotto. L’unione di questi due elementi porta a una collezione che racconta il brand attraverso l’immagine.
Una delle sfide più grandi per un’azienda è la capacità di rispondere ai cambiamenti, spesso repentini. Come ci si prepara all’imprevisto?
Flessibilità è la parola d’ordine. È necessario saper intercettare in quale direzione va il mercato e saper rispondere velocemente. È necessario anche investire sulle risorse per favorire una crescita professionale.
Nel percorso imprenditoriale, gli errori fanno parte del gioco. Come li vivi tu, e che ruolo hanno avuto nella crescita di Audes?
C’è un detto che dice “l’esperienza è il nome che uno dà ai propri errori”. Svolgere un’attività imprenditoriale comporta rischi, e porta benefici quando questi rischi convergono in qualcosa di positivo. L’errore, quindi, è sempre dietro l’angolo. Mi considero un campione del mondo degli errori, ma raramente commetto due volte lo stesso. Credo che la chiave sia approcciare alle varie iniziative quotidiane con una certa misura, e imparare dagli errori per evitare di ripeterli. Ogni giorno facciamo qualcosa bene e qualcosa meno bene; avanziamo se capiamo come migliorare il lavoro di domani.
Cosa serve per avere un buon clima aziendale?
Credo che un buon equilibrio tra vita e lavoro sia alla base di ogni successo personale. All’interno della dimensione vita, sono importanti la famiglia, gli amici, lo sport. Quindi cerchiamo di ricreare questo feeling in azienda, investendo su tutta una serie di elementi che impattano sul clima aziendale, dal welfare alla palestra interna.
Dai primi momenti dell’azienda fino ad oggi, com’è cambiato il tuo modo di essere leader, di essere un esempio per gli altri?
Cerco di essere un esempio operativo, nel senso che credo alla leadership basata sui fatti e sull’operatività quotidiana. Non mi piace stare nella stanza dei bottoni, mi piace scendere in campo e confrontarmi con clienti e fornitori. Poi l’essermi circondato di validi collaboratori nell’arco degli anni è stato fondamentale, perché per dare il massimo non si può essere factotum; più l’azienda cresce più si creano delle nicchie di specializzazione dove è opportuno investire attraverso risorse skillate, ognuna nei propri ambiti di competenza.
Audes all’origine è andata a cercare una mancanza del mercato. Oggi c’è qualcosa di simile verso cui espandersi?
Ad oggi non è che ci sia un vuoto da colmare, per noi l’obiettivo è crescere e rafforzare il nostro modello di business.
Procediamo secondo un percorso strategico su due temi principali. Uno è l’internazionalizzazione: ci piacerebbe esportare sempre di più il nostro modello di business al di fuori dell’Italia e dell’Europa.
L’altro tema è la notorietà del brand, cioè essere riconosciuti come leader in questo mercato, attraverso le referenze e le nostre azioni quotidiane.
Sostenibilità e tracciabilità, come cambiano il vostro modo di produrre e progettare?
Sono due argomenti che avranno un forte impatto nei prossimi cinque anni, sia per la maggiore sensibilità pubblica sia per i nuovi regolamenti europei. Noi ci stiamo portando avanti, e al di là delle certificazioni che già abbiamo, riguardo la qualità e l’impatto ambientale, stiamo lavorando sul “passaporto digitale” del prodotto, che include la totale tracciabilità lungo la filiera.
Al momento stiamo anche lavorando ad alcuni progetti pilota affiancati da aziende molto importanti, che ci chiedono il recupero del prodotto a fine vita e del relativo smaltimento, facendolo entrare in un circuito secondario destinato ad altri utilizzi.
Promuoviamo l’utilizzo di fibre naturali e cotone organico. Sul prodotto tecnico lavoriamo con fibre riciclate, dall’abito alle buste che contengono gli articoli.
Poi ci sono i sogni, quelle piccole scintille che portano a vedere nuove possibilità. Quali sono i tuoi?
Sul piano familiare vedere mia moglie e i miei figli avere successo nelle proprie dinamiche personali e di studio/lavoro.
In ambito lavorativo i miei sogni riguardano la crescita ulteriore di quello che sto portando avanti. Penso di aver trovato un buon assetto, dall’industriale all’immobiliare, ora dobbiamo crescere a livello internazionale.
Grazie Alessandro per le tue parole. Concludiamo con la nostra domanda simbolo: al di là dei risultati e dei numeri, cosa definisce il successo e cosa invece può metterlo a rischio?
Per me, il “successo” è nell’essere riconosciuti leader in quello che si fa.
Il rischio c’è sempre, ma se uno ha posto delle solide basi, le tempeste si superano e dopo torna a splendere il sole.
